La dipendenza alimentare colpisce milioni di persone in tutto il mondo, arrivando anche a causare problemi di salute. Riconoscerne i sintomi è il primo passo per combatterla in modo efficace ed uscirne. Bisogna però essere pronti a fare scelte radicali.

Nel linguaggio comune, tendiamo ad associare il concetto di dipendenza a sostanze capaci di alterare le nostre percezioni, come le droghe, l’alcol e il fumo, oppure ad attività in grado di suscitarci sensazioni incontrollabili, come il gioco d’azzardo. Molto meno diffusa, invece, è l’idea che si possa essere dipendenti dal cibo. Eppure, le dipendenze alimentari sono ormai ampiamente oggetto di studio in medicina e psicoterapia e, secondo le stime più attendibili, interessano milioni di persone in tutto il mondo, soprattutto nei paesi più ricchi, dove il cibo è reperibile in abbondanza e facilmente. E molto spesso, chi ne soffre fatica a rendersene conto. Per questo motivo, è molto importante fare divulgazione scientifica su questo delicato argomento, che è legato strettamente anche alla diffusione di condizioni di sovrappeso e obesità e delle patologie correlate (diabete, colesterolemia, ipertensione, insulino resistenza, eccetera). Quindi, in questo approfondimento, proveremo a tracciare i contorni della dipendenza da cibo, indagandone anche le cause principali, i sintomi che la rendono riconoscibile e le possibili soluzioni per uscirne.

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Cosa si intende per dipendenza da cibo

Sotto il profilo della definizione di questo fenomeno, è possibile collocare la dipendenza da cibo tra le cosiddette dipendenze comportamentali, cioè quelle che portano a reiterare determinati comportamenti. Nello specifico, chi soffre di questo disturbo tende a mangiare in modo incontrollato, andando anche incontro a fenomeni di fame emotiva, come quella notturna. Ed è proprio l’emotività una delle chiavi per capire il fenomeno. Solitamente, infatti, le dipendenze alimentari tendono a focalizzarsi su cibi ben precisi, cioè quelli ricchi di zuccheri, perché sono quelli in grado di attivare i meccanismi di ricompensa del cervello, tipici di tutte le forme di dipendenza. In questo senso, la dipendenza da cibo si differenzia dal binge eating disorder, cioè il disturbo da alimentazione incontrollata, in cui non ci sono dei cibi “prediletti”. E c’è differenza anche rispetto ad altri disturbi alimentari, come anoressia e bulimia, che portano chi ne soffre ad attivare meccanismi di compensazione (come il vomito indotto), assenti invece nella dipendenza da cibo.

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Riconoscere la dipendenza dal cibo: i sintomi principali

Osservare il proprio rapporto con il cibo è la prima cosa da fare per rendersi conto se si è a rischio di dipendenza. Esistono, infatti, dei campanelli di allarme, che possono essere considerati dei veri e propri sintomi di questo disturbo. Si tratta di spie comportamentali mutuate dai 13 criteri diagnostici delle dipendenze, codificati dall’ American Psychiatric Association nella sua pubblicazione decennale intitolata Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders.

Ecco quelli più rilevanti:

  • si avverte un fortissimo desiderio di un cibo specifico;
  • una volta iniziato a mangiare, si ha difficoltà fermarsi;
  • non si è capaci di darsi dei limiti facendo leva solo sulla buona volontà;
  • si è consapevoli della dannosità per la salute del proprio comportamento, ma non si è in grado di evitarlo.

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Industria alimentare, cibi raffinati, stati d’animo: dove risiedono le cause della dipendenza

Ma da dove nasce questo desiderio incontrollabile di cibo? Quali sono le cause di questo tipo di dipendenza? Per rispondere a queste cruciali domande bisogna distinguere tra i meccanismi fisiologici che spiegano scientificamente il fenomeno delle dipendenze e le cause esterne che favoriscono proprio questi meccanismi.

Cominciamo dal primo punto. Quando mangiamo cibi che danno dipendenza (tipicamente quelli ricchi di zuccheri, soprattutto raffinati), le papille gustative presenti sulla lingua inviano impulsi al cervello attivando i cosiddetti meccanismi di ricompensa. Si innesca, cioè, la produzione di dopamina e di altri ormoni, che sono associati a sensazioni di benessere. Se si esagera nel consumare questi alimenti, i recettori della dopamina sono eccessivamente stimolati e cominciano a funzionare male, favorendo assuefazione e perdita di controllo. C’è poi da tenere in considerazione il ruolo di un altro ormone, l’insulina, che regola la presenza di glucosio nel sangue e che viene prodotta in elevate quantità in corrispondenza dei picchi glicemici (provocati dalle abbuffate di zuccheri), a cui fanno seguito fasi di ipoglicemia che scatenano ulteriore fame.

A questo punto, però, è necessario fare un passo ulteriore e capire perché capita di rifugiarsi nel cibo tanto da diventarne dipendenti. Le ragioni sono molteplici. Un ruolo importante lo giocano sicuramente stress e stati d’animo particolari. Noia, tristezza, stanchezza, sono tutte condizioni che possono portare una persona a cercare conforto nei propri alimenti preferiti. Bisogna poi considerare l’influenza delle cattive abitudini alimentari e dell’industria del cibo. Carboidrati e zuccheri, principali indiziati della dipendenza, sono ampiamente presenti in molti prodotti che affollano gli scaffali dei supermercati e a cui le aziende produttrici dedicano un marketing selvaggio. Tutti elementi di un circolo vizioso difficile da spezzare.

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Come uscire dalla dipendenza da cibo: le possibili soluzioni

Difficile, ma non impossibile. La liberazione dalla dipendenza alimentare, infatti, si può ottenere. A patto, però, di riconoscerla come tale e di accettare l’idea che per uscirne servono soluzioni radicali. Serve, cioè, cambiare completamente il proprio modo di mangiare, le proprie abitudini alimentari, liberandosi anche di molti falsi miti. In questo senso, la dieta chetogenica (o comunque un’alimentazione low carb) può rivelarsi di grande aiuto, perché elimina quasi completamente proprio quei cibi che svolgono meglio il ruolo di alimento rifugio e causano maggiore desiderio. Questo significa anche rieducarsi a fare la spesa e a cucinare, prediligendo il cibo vero e non quello confezionato. Sicuramente, soprattutto in una prima fase, si tratta di un investimento importante in termine di energie e tempo, ma che viene ampiamente ripagato con salute e libertà.

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