Uno studio dell’American Heart Association rivelerebbe un rischio di malattie cardiovascolari del 90% più alto in coloro che praticano il digiuno intermittente. Si tratta, però, di dati ancora non pubblicati su una rivista scientifica e che mostrano molte lacune nella metodologia di raccolta.

Il dibattito mediatico sui temi della nutrizione, purtroppo, è soggetto a fiammate improvvise, periodi più o meno brevi in cui un argomento diventa particolarmente popolare e viene dibattuto ovunque, dedicandogli fiumi di inchiostro (virtuale) e ore di trasmissioni televisive. Succede, ad esempio, con l’avvicinarsi del periodo estivo, stagione prediletta delle diete last minute e fai da te. Succede, altrimenti, quando un personaggio noto dichiara di seguire un particolare regime alimentare per mantenersi (o tornare) in forma. E succede anche quando da qualche parte nel mondo viene pubblicato un sedicente studio scientifico che rivela verità inconfessabili. Quest’ultimo caso è quanto accaduto recentemente con il digiuno intermittente, colpevole, secondo un’analisi dell’American Heart Association, di causare problemi cardiovascolari sul lungo periodo. Addirittura, si parla di un rischio aumentato del 91%. Una scintilla più che sufficiente per ridare fiato ai detrattori di questa pratica e per riempire giornali, siti e talk show di chiacchiere su un argomento che in realtà in pochi hanno dimostrato di conoscere davvero. A guardarlo da vicino, infatti, lo studio di cui si parla mostra più di qualche fragilità.

Lo studio dell’American Heart Association sul digiuno intermittente

Per prima cosa, quella che da molti media italiani è stata descritta come la “pubblicazione di un nuovo studio” è in realtà la semplice presentazione di alcune anticipazioni avvenuta durante una conferenza annuale che l’American Heart Association tiene a Chicago. Sul sito dell’associazione, dove si può leggere l’analisi completa, questa informazione è correttamente riportata e altrettanto onestamente si sottolinea che, quando sarà pubblicato su una rivista scientifica, lo studio sarà sottoposto a revisione paritaria (cioè a un controllo da parte della comunità scientifica). Questo significa che ad oggi questa revisione non c’è stata e che nessuno ha ancora potuto verificare a fondo la solidità delle conclusioni della ricerca. Ciò che è stato reso pubblico, però, già desta qualche perplessità. Lo studio, infatti, si basa su un campione di 20mila statunitensi adulti, prevalentemente bianchi non ispanici (quasi 80%), con un’età media pari a 49 anni, equamente suddivisi tra uomini e donne. I ricercatori hanno seguito ciascun partecipante per un arco di tempo che va da un minimo di 8 anni ad un massimo di 17. Ad alcuni è stato fatto seguire un regime alimentare che prevedeva pasti spalmati su un arco di sole 8 ore (digiuno intermittente 16/8), mentre agli altri è stato concesso di mangiare anche per 12-16 ore.

Continuando a leggere le specifiche dell’esperimento, però, si arriva ad un punto molto critico. Il documento recita così:

“The study’s limitations included its reliance on self-reported dietary information, which may be affected by participant’s memory or recall and may not accurately assess typical eating patterns. Factors that may also play a role in health, outside of daily duration of eating and cause of death, were not included in the analysis.”

“I limiti dello studio includevano la dipendenza dalle informazioni dietetiche auto-riferite, che potrebbero essere influenzate dalla memoria o dal richiamo del partecipante e potrebbero non valutare accuratamente i modelli alimentari tipici. I fattori che potrebbero avere un ruolo nella salute, al di fuori della durata giornaliera dell’alimentazione e della causa di morte, non sono stati inclusi nell’analisi.”

In sostanza, i ricercatori affermano che:

  • non sapevano (e soprattutto non controllavano) cosa mangiassero i pazienti, se non sulla base del loro racconto;
  • non hanno isolato altri possibili elementi in grado di incidere sulla salute cardiovascolare (come la pratica sportiva, il fumo, l’alcol, il lavoro in condizioni di stress, eccetera).

Semplificando, questo significa che è molto difficile (per non dire arbitrario) collegare direttamente e inequivocabilmente l’incremento dell’incidenza delle malattie cardiovascolari alla pratica del digiuno intermittente, perché nel mezzo potrebbero essere intervenuti una molteplicità di fattori di rischio non analizzati. Un limite non di poco conto.

Leggi anche l’approfondimento sul digiuno intermittente 20/4

Digiuno e salute cardiovascolare: se fatto bene, fa bene

Quindi, in attesa di capire se e quando lo studio verrà davvero pubblicato e come verranno accolti tali limiti dalla comunità scientifica, è bene attenersi a quelle che sono le evidenze attuali sul legame tra digiuno e salute cardiovascolare. E queste evidenze dicono che il digiuno intermittente fa bene al cuore, quantomeno indirettamente, perché consente l’eliminazione degli accumuli di grasso (favorendo la cosiddetta ricomposizione corporea) ma anche perché consente una miglior gestione dell’insulina. La cosa davvero importante è digiunare bene, con cognizione di causa, facendosi seguire da un esperto in nutrizione e senza cedere alle tentazioni del fai da te. Digiunare, infatti, non significa semplicemente privarsi del cibo ma impostare un nuovo rapporto con l’alimentazione. Un’attività che ha bisogno di essere guidata.

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