Il digiuno intermittente fa davvero male al cuore?

Uno studio dell’American Heart Association rivelerebbe un rischio di malattie cardiovascolari del 90% più alto in coloro che praticano il digiuno intermittente. Si tratta, però, di dati ancora non pubblicati su una rivista scientifica e che mostrano molte lacune nella metodologia di raccolta.

Il dibattito mediatico sui temi della nutrizione, purtroppo, è soggetto a fiammate improvvise, periodi più o meno brevi in cui un argomento diventa particolarmente popolare e viene dibattuto ovunque, dedicandogli fiumi di inchiostro (virtuale) e ore di trasmissioni televisive. Succede, ad esempio, con l’avvicinarsi del periodo estivo, stagione prediletta delle diete last minute e fai da te. Succede, altrimenti, quando un personaggio noto dichiara di seguire un particolare regime alimentare per mantenersi (o tornare) in forma. E succede anche quando da qualche parte nel mondo viene pubblicato un sedicente studio scientifico che rivela verità inconfessabili. Quest’ultimo caso è quanto accaduto recentemente con il digiuno intermittente, colpevole, secondo un’analisi dell’American Heart Association, di causare problemi cardiovascolari sul lungo periodo. Addirittura, si parla di un rischio aumentato del 91%. Una scintilla più che sufficiente per ridare fiato ai detrattori di questa pratica e per riempire giornali, siti e talk show di chiacchiere su un argomento che in realtà in pochi hanno dimostrato di conoscere davvero. A guardarlo da vicino, infatti, lo studio di cui si parla mostra più di qualche fragilità.

Lo studio dell’American Heart Association sul digiuno intermittente

Per prima cosa, quella che da molti media italiani è stata descritta come la “pubblicazione di un nuovo studio” è in realtà la semplice presentazione di alcune anticipazioni avvenuta durante una conferenza annuale che l’American Heart Association tiene a Chicago. Sul sito dell’associazione, dove si può leggere l’analisi completa, questa informazione è correttamente riportata e altrettanto onestamente si sottolinea che, quando sarà pubblicato su una rivista scientifica, lo studio sarà sottoposto a revisione paritaria (cioè a un controllo da parte della comunità scientifica). Questo significa che ad oggi questa revisione non c’è stata e che nessuno ha ancora potuto verificare a fondo la solidità delle conclusioni della ricerca. Ciò che è stato reso pubblico, però, già desta qualche perplessità. Lo studio, infatti, si basa su un campione di 20mila statunitensi adulti, prevalentemente bianchi non ispanici (quasi 80%), con un’età media pari a 49 anni, equamente suddivisi tra uomini e donne. I ricercatori hanno seguito ciascun partecipante per un arco di tempo che va da un minimo di 8 anni ad un massimo di 17. Ad alcuni è stato fatto seguire un regime alimentare che prevedeva pasti spalmati su un arco di sole 8 ore (digiuno intermittente 16/8), mentre agli altri è stato concesso di mangiare anche per 12-16 ore.

Continuando a leggere le specifiche dell’esperimento, però, si arriva ad un punto molto critico. Il documento recita così:

“The study’s limitations included its reliance on self-reported dietary information, which may be affected by participant’s memory or recall and may not accurately assess typical eating patterns. Factors that may also play a role in health, outside of daily duration of eating and cause of death, were not included in the analysis.”

“I limiti dello studio includevano la dipendenza dalle informazioni dietetiche auto-riferite, che potrebbero essere influenzate dalla memoria o dal richiamo del partecipante e potrebbero non valutare accuratamente i modelli alimentari tipici. I fattori che potrebbero avere un ruolo nella salute, al di fuori della durata giornaliera dell’alimentazione e della causa di morte, non sono stati inclusi nell’analisi.”

In sostanza, i ricercatori affermano che:

  • non sapevano (e soprattutto non controllavano) cosa mangiassero i pazienti, se non sulla base del loro racconto;
  • non hanno isolato altri possibili elementi in grado di incidere sulla salute cardiovascolare (come la pratica sportiva, il fumo, l’alcol, il lavoro in condizioni di stress, eccetera).

Semplificando, questo significa che è molto difficile (per non dire arbitrario) collegare direttamente e inequivocabilmente l’incremento dell’incidenza delle malattie cardiovascolari alla pratica del digiuno intermittente, perché nel mezzo potrebbero essere intervenuti una molteplicità di fattori di rischio non analizzati. Un limite non di poco conto.

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Digiuno e salute cardiovascolare: se fatto bene, fa bene

Quindi, in attesa di capire se e quando lo studio verrà davvero pubblicato e come verranno accolti tali limiti dalla comunità scientifica, è bene attenersi a quelle che sono le evidenze attuali sul legame tra digiuno e salute cardiovascolare. E queste evidenze dicono che il digiuno intermittente fa bene al cuore, quantomeno indirettamente, perché consente l’eliminazione degli accumuli di grasso (favorendo la cosiddetta ricomposizione corporea) ma anche perché consente una miglior gestione dell’insulina. La cosa davvero importante è digiunare bene, con cognizione di causa, facendosi seguire da un esperto in nutrizione e senza cedere alle tentazioni del fai da te. Digiunare, infatti, non significa semplicemente privarsi del cibo ma impostare un nuovo rapporto con l’alimentazione. Un’attività che ha bisogno di essere guidata.

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Quale (e quanto) latte bere nella dieta chetogenica? Ecco come regolarsi

Il latte vaccino, irrinunciabile protagonista della colazione di molte persone, non è un alimento perfetto per la dieta chetogenica, anche se parzialmente scremato o senza lattosio. In tutte le sue varianti, infatti, contiene una quota consistente di zuccheri. Ed anche le sue alternative, cioè le differenti tipologie di latte vegetale, non sono una buona soluzione. La strada migliore, quindi, è ridurne drasticamente il consumo.

Per molte persone, il latte è un alimento irrinunciabile, che le accompagna dai primi vagiti fino alla vecchiaia. Per altri, invece, è un cibo bandito, perché, soprattutto superata una certa età, risulta difficile da digerire. Eppure, anche quando lo si tollera poco, è mentalmente complicato separarsi dal latte, perché la cultura alimentare in cui viviamo immersi identifica questa bevanda come il fulcro di ogni colazione che si rispetti. Ovviamente, il riferimento è soprattutto al latte di origine animale, e in particolare al latte vaccino, largamente il più utilizzato. Ma è davvero così importante bere latte? Ed è realmente una buona abitudine che fa bene?

Il lato oscuro del latte

Per rispondere a queste domande bisogna tenere a mente che il latte che abbiamo facilmente a disposizione, cioè quello che si compra al supermercato, non è certo quel “nettare” idealizzato che la saggezza popolare decanta. Chi ha avuto la fortuna di assaggiare, almeno una volta nella vita, il latte prodotto da un piccolo allevatore, magari in una malga sperduta sulle Alpi, sa bene quanta differenza ci sia con la bevanda bianca custodita in molte case: un abisso. Il primo è vero latte di mucca (o di capra, o di pecora). Il secondo è un prodotto industriale, realizzato a partire dal latte di mucche d’allevamento, costrette artificialmente a massimizzare il loro rendimento. È quindi una bevanda che, seppur sicura dal punto di vista microbiologico, contiene molecole ad azione pro-infiammatoria, che nel lungo periodo possono rivelarsi nocive. Per non parlare poi del sapore, che è totalmente diverso, al punto che chi dice di amare il latte potrebbe trovare fastidioso il gusto di quello vero. Alla luce di queste valutazioni, trattare il latte come un alimento insostituibile in una dieta sana denota un approccio profondamente sbagliato e miope. Ancor di più se si considera che, per molte migliaia di anni, gli esseri umani hanno smesso di bere latte una volta interrotto l’allattamento materno.

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Chetogenica e latte vaccino: intero, scremato o senza lattosio?

La cosa migliore da fare, quindi, è eliminare questo alimento dalla propria dieta, limitandosi ad un consumo occasionale, solo quando si ha la possibilità di accedere a del latte davvero di alta qualità. Un consiglio che diventa obbligo per chi sceglie l’alimentazione chetogenica. In questo caso, si aggiungono ragioni legate al profilo nutrizionale. Il latte vaccino intero, infatti, oltre a una buona dose di proteine, grassi, vitamine (B e D) e sali minerali (potassio, calcio e fosforo), contiene anche molti zuccheri, sotto forma di lattosio. E questa, per chi è in chetogenica, non è certo una buona notizia. In una tazza da 250 ml ci sono circa 12 grammi di carboidrati, quindi più della metà della razione giornaliera concessa in keto. Davvero troppi, soprattutto se concentrati nel primo pasto della giornata. E la situazione non migliora (anzi, peggiora!) se si opta per il latte parzialmente (o totalmente) scremato o per quello senza lattosio. Nel primo caso, infatti, la scrematura non elimina gli zuccheri ma i grassi, rendendo il latte ancora più “povero” dal punto di vista della dieta chetogenica, nonché conferendogli un indice glicemico più alto e una capacità saziante più bassa. Nel secondo caso, invece, contrariamente a quello che la dicitura lascia pensare, il lattosio non viene eliminato ma scisso in due zuccheri semplici (glucosio e galattosio). Questa separazione risolve il problema della digeribilità per chi è intollerante ma non quello della quota di carboidrati per chi è in chetogenica. Anche in questo caso, quindi, il risultato è una maggiore capacità di far salire l’insulina e un minor potere saziante.

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Chetogenica e latte vegetale: quale scegliere tra soia, cocco, avena e mandorla?

A questo punto, però, è lecito chiedersi se, per coloro che proprio non riescono a rinunciare al latte, non possano costituire una valida alternativa le diverse tipologie di latte vegetale. A giudicare dalle etichette, si dovrebbe propendere per un sì, soprattutto nel caso del latte di mandorla, di quello di soia e di quello di cocco. In queste varietà, infatti, i carboidrati sono molto bassi mentre si mantengono alti grassi e proteine. L’apparenza, però, inganna, come capita spesso, e la verità è che anche il latte vegetale è da evitare. La motivazione principale, ancora una volta, è da ricercare nell’origine industriale di questi prodotti, che a voler essere rigorosi non dovrebbero neanche essere identificati con il termine latte, essendo semplici bevande di origine vegetale. Costituite per la maggior parte di acqua, queste bevande sono quasi sempre ricche di additivi, conservanti, coloranti, dolcificanti. A decretarne il successo è stato soprattutto il marketing potente e aggressivo, che le ha presentate come bevande salutari, cosa che invece non sono. In conclusione, quindi, se ci si vuole concedere ogni tanto un bicchiere di latte vegetale, è bene farlo con estrema parsimonia (perciò non tutti i giorni) e possibilmente prediligendo quello di mandorla.

 

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Uova e dieta chetogenica


pesce dieta chetogenica

Il pesce nella dieta chetogenica, un alimento davvero perfetto

Il pesce è uno degli alimenti migliori da portare in tavola se si segue una dieta chetogenica, perché ha un ottimo profilo nutrizionale. Particolarmente indicati sono i pesci ricchi di grassi, che possono essere consumati nel quantitativo che si preferisce, senza limiti. L’importante, però, è che si tratti di pesce fresco selvatico, da prediligere sempre rispetto a quello da allevamento.

La dieta chetogenica non va vista semplicemente come l’ennesimo rimedio per dimagrire, magari l’ultima spiaggia per chi ha provato molti altri regimi alimentari, ma come un’occasione unica per imparare a mangiare in modo sano, rivoluzionando le proprie abitudini. Per questo motivo, il modo migliore per approcciarsi ad un’alimentazione chetogenica è quello di utilizzare cibo vero, senza ricorrere ai pasti sostitutivi. Un’opzione che premia soprattutto nel lungo periodo, anche se è oggettivamente più faticosa. Stare in keto mangiando cibo vero, infatti, significa imparare a fare la spesa e magari dedicare qualche minuto in più alla cucina. I risultati, però, saranno senza dubbio molto positivi. E soprattutto, si arriverà a riscoprire il valore fondamentale di alimenti a volte colpevolmente trascurati. Tra questi, c’è di sicuro il pesce, un cibo perfetto per chi ha scelto la dieta chetogenica e che merita un approfondimento.

Pesce e dieta chetogenica, un binomio che funziona

Partiamo dalla domanda principale: per quale motivo il pesce è così adatto alla dieta chetogenica? La risposta sta nei suoi valori nutrizionali. Il pesce, infatti, contiene:

  • Proteine ad alto valore biologico (che non fanno mai male, anche se la chetogenica non è una dieta iperproteica ma iperlipidica);
  • Grassi salubri (molto presenti soprattutto in alcune tipologie);
  • Omega 3 (grassi polinsaturi essenziali per il corpo umano);
  • Vitamine e minerali.

All’ottimo profilo nutrizionale, si aggiunge anche una seconda buona ragione per mangiare molto pesce: la sua duttilità in cucina. Di varietà di pesci, infatti, ne esistono tantissime e questo significa che è possibile variare con facilità le preparazioni, anche sperimentando diverse modalità di cottura (senza dimenticare che nella dieta chetogenica è concesso anche il fritto).

Quale pesce scegliere per la dieta chetogenica e quanto mangiarne

Ovviamente, ci sono alcune specialità di pesce che più di altre si prestano ad essere consumate da chi segue una dieta chetogenica. Si tratta delle varietà che contengono una più alta percentuale di grassi. Giusto per fare qualche esempio, rientrano nella categoria tonno, salmone, gamberi, cozze, vongole, aragoste, astici, ostriche. Tutti pesci anche piuttosto gustosi e che in chetogenica possono essere consumati senza limitazioni.

Attenzione, però, perché ciò che conta è anche la provenienza di questo pesce. Bisognerebbe prediligere sempre quello selvatico e non di allevamento. La cosa migliore, è fare acquisti in una pescheria di fiducia invece che al supermercato, anche se di finisce a spendere un po’ di più e anche a perdere un po’ più di tempo. Verrà tutto ripagato in salute (e in una minor spesa per medici e medicine).

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quanta carne mangiare

La carne nella dieta chetogenica, quale consumare e quanta

La carne è un alimento fondamentale per chi segue una dieta chetogenica, sia essa rossa o bianca, tanto da far parte della lista di cibi consentiti che possono essere consumati senza limitazioni. Ciò che rende la carne così funzionale ad un’alimentazione low carb è proprio il mix di nutrienti che contiene: zero carboidrati, molte proteine e soprattutto un buon quantitativo di grassi (specialmente in alcune tipologie).

Nonostante la dieta chetogenica non sia una dieta iperproteica ma iperlipidica (cioè ad alto contenuto di grassi), nella tabella dei cibi concessi la carne occupa un posto di primo piano. Infatti, se si decide di seguire un’alimentazione keto fatta con cibo vero (e non con pasti sostitutivi, che sono una scorciatoia sconsigliabile) nella carne si trovano dei nutrienti fondamentali e un ottimo bilanciamento tra carboidrati (assenti), proteine e grassi (molto presenti, soprattutto in alcune tipologie di carne rossa). Ma quanta carne si può e si deve mangiare in chetogenica? E quale bisogna prediligere tra la carne bianca e la carne rossa? La risposta a queste due domande necessita di una premessa che affronta un quesito annoso: troppa carne fa male? Vediamolo insieme.

La carne (rossa) fa male?

“Ma certo, la carne fa male, bisogna mangiarne poca, lo dicono tutti!”. Scommetto che, se chiudi gli occhi, puoi sentire questa frase pronunciata da decine e decine di persone che conosci. Forse ne sei convinto tu stesso. È normale, perché è un concetto che viene ripetuto praticamente ovunque, ogni volta che si parla di come impostare una corretta alimentazione. E ne sono convinti anche molti esperti del settore. Tanto che negli ultimi anni sempre più persone hanno deciso di diminuire drasticamente il loro consumo di carne, soprattutto rossa. Alcuni lo fanno per insindacabili motivi etici (come chi scegli di seguire un regime alimentare vegetariano o vegano). Altri, invece, lo fanno per ragioni di salute. E su questo qualcosa è giusto dirlo.

La carne rossa fa davvero male? La verità è che, ad oggi, non esistono dati scientifici che consentono di confermare quello che è ormai un “sentire comune” (ma messo nero su bianco anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, le cui linee guida consigliano di mangiare poca carne rossa). Qualche tempo fa, uno studio americano pubblicato sulla prestigiosa rivista Annals of Internal Medicine ha analizzato proprio i presunti effetti negativi del consumo di carne rossa sulla salute, passando in rassegna numerose pubblicazioni, senza però trovare evidenze scientifiche. Dei 14 relatori impegnati nello studio, 11 hanno concluso affermando che non è necessario ridurre il consumo di carne rossa, 3 invece consigliano solo una blanda diminuzione.

Ma come è possibile una tale divergenza di opinioni? Il problema è una scorretta interpretazione dei dati. Prendiamo ad esempio uno degli studi utilizzati nell’analisi appena menzionata. Secondo questa ricerca il tasso di mortalità di chi mangia un quantitativo minimo di carne rossa è dell’1,1% mentre sale all’1,4% in chi ne consuma un quantitativo molto alto. La differenza tra i due estremi, quindi, è appena dello 0,3%, praticamente insignificante. Ma se la esprimiamo in termini percentuali, la crescita da un dato all’altro è addirittura del 27%. Ed ecco allora che, sulla base di questi numeri, si può affermare che chi mangia molta carne rossa ha una mortalità del 27% superiore rispetto a chi ne mangia poca. Un espediente che cambia totalmente la prospettiva. Anche ad un occhio non matematico, però, appare evidente che si tratta di un vero e proprio “effetto ottico”, un’illusione che trae in inganno. Quindi no, stando alle evidenze scientifiche attuali non si può affermare che la carne rossa faccia male alla salute.

Quale e quanta carne nella dieta chetogenica?

Chiarita la questione del rapporto tra carne e salute, è possibile rispondere alle due domande chiave di questo articolo, a partire dalla prima: quale tipologia di carne si può mangiare quando si segue una dieta chetogenica? In realtà, non c’è una prescrizione rigida. Va bene sia la carne bianca (pollo, tacchino, eccetera), peraltro utilizzata in molti altri regimi dietetici, sia la carne rossa (manzo, maiale, eccetera). in particolare, quest’ultima, spesso bandita perché ricca di grassi, è ben vista nella keto diet proprio per questo motivo. Non a caso, una delle colazioni chetogeniche per eccellenza è rappresentata dalle uova strapazzate con bacon.

Per quanto riguarda invece il quantitativo che se ne può consumare, la carne rientra tra gli alimenti concessi in modo illimitato. Quindi, nessun vincolo, se non quello della fame (che nella dieta chetogenica diventa fisiologicamente più controllabile) e del gusto personale.

Ovviamente, è sempre bene ricordare che la dieta chetogenica è un regime dietetico che va seguito affidandosi a un nutrizionista esperto, che sappia impostare un piano alimentare personalizzato, calibrato sulle esigenze fisiche e di salute di ciascuno.

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Uova e dieta, un binomio quasi perfetto (soprattutto in chetogenica)

Le uova hanno caratteristiche nutrizionali che le rendono perfette per chi è a dieta, soprattutto se si tratta di un’alimentazione chetogenica. Zero carboidrati, proteine di ottima qualità e grassi sani: sono questi i valori nutrizionali che rendono l’uovo davvero un alimento dalle grandi potenzialità. Ma quante uova si possono mangiare a settimana? E come vanno cucinate?

Quando si decide di mettersi a dieta, per perdere peso o migliorare il proprio stato di salute, la cosa più importante da fare è imparare a scegliere gli alimenti migliori. Nel caso della dieta chetogenica, questa affermazione è, se possibile, ancora più vera, perché questo regime alimentare va in aperto contrasto con alcune cattive abitudini che ognuno di noi si porta dietro per pigrizia, tradizione o retaggio culturale. Tra i cibi che vengono rivalutati quando si inizia una dieta (soprattutto low carb) ci sono sicuramente le uova, troppo spesso erroneamente trascurate o temute per il loro contenuto di colesterolo. Infatti, con il loro alto apporto proteico, la ricchezza di nutrienti e la capacità di promuovere la sazietà, le uova possono essere un alleato prezioso nella lotta contro i chili in eccesso. Integrarle in una dieta equilibrata e variata può contribuire a raggiungere gli obiettivi di perdita di peso in modo sano e sostenibile.

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I valori nutrizionali delle uova (h2)

Fatta questa premessa, vale la pena vedere più nel dettaglio qual è l’apporto nutrizionale che un uovo è in grado di fornire. In primo luogo, come anticipato, le uova sono fonte essenziale di proteine di alta qualità (in un uovo medio ce ne sono circa 6 grammi). Ottimo sia quantitativamente che qualitativamente anche il contenuto di grassi (5 grammi per uovo). I carboidrati, invece, sono completamente assenti. Meritano poi di essere menzionate le vitamine, soprattutto quelle del gruppo B, come la riboflavina, l'acido folico, la vitamina B12 e la vitamina B6, che svolgono un ruolo fondamentale nel metabolismo energetico. Infine, le uova contengono anche importanti minerali come il ferro, il calcio e lo zinco, che supportano diverse funzioni del corpo, inclusa la salute delle ossa e del sistema immunitario.

6 consigli per riattivare il metabolismo

Perché le uova fanno dimagrire

Il solo elenco dei valori nutrizionali, però, non riesce a rispondere alla domanda cardine che chi vuole perdere peso si pone: perché le uova aiutano a dimagrire? Le ragioni sono almeno tre. La prima ha a che fare con l’alto potere saziante di questo alimento, che deriva dall’assenza dei carboidrati (che invece appartengono alla categoria di cibi che fanno venire fame). La seconda ragione, invece, è collegata all’apporto proteico, che essendo qualitativamente eccellente contribuisce alla costruzione di nuovi muscoli. Infine, tra le ragioni che rendono le uova un’ottima soluzione per chi è a dieta c’è sicuramente l’azione stimolante che esercitano sul metabolismo, cioè sulla capacità di smaltire l’apporto calorico che si consuma.

Breve guida ai cibi che saziano

Uova e dieta chetogenica, un'alleanza che funziona

Quanto detto fino ad ora rende evidente una cosa: le uova sono un alimento perfetto per chi segue una dieta chetogenica con cibo vero (cioè senza ricorrere ai pasti sostitutivi). In primo luogo, perché non contengono carboidrati, quindi possono essere consumate tranquillamente senza timore di ritrovarsi fuori dalla chetosi. L’altro dato fondamentale è che sono ricche di grassi sani, che costituiscono il cuore di una dieta keto. Lunga vita alle uova, quindi, che in chetogenica possono essere mangiate intere e senza alcuna restrizione.

Ecco come fare per mangiare pochi carboidrati

Quante uova mangiare, tra falsi miti e verità scientifiche

Esatto, è proprio così: senza alcuna restrizione. Significa che non c’è un tetto massimo di uova che si possono consumare in una settimana. Un’indicazione che sfata uno dei falsi miti più duri a morire in tema di alimentazione. In molti, infatti, sostengono che non si debbano mangiare più di due o tre uova ogni sette giorni. Il motivo? Il rischio di eccedere con il colesterolo, ampiamente presente in questo alimento. In realtà, però, studi recenti hanno smentito questa impostazione, e innalzato notevolmente l’asticella del consumo consigliato di uova. Non esiste nessun legame, infatti, tra il consumo di uova e l’aumento del colesterolo nel sangue.

Come cucinare le uova quando si è a dieta: consigli per ricette sane e gustose

Le potenzialità delle uova si rivelano anche in cucina, sotto forma di estrema versatilità. Sono moltissime, infatti, le possibili modalità di preparazione che offrono, sia da sole che in abbinamento ad altri alimenti. L’uovo sodo, ad esempio, può essere l’ingrediente perfetto di una gustosa insalata. Per non parlare delle uova strapazzate con bacon, un classico della colazione inglese ma anche un piatto perfetto per chi ha scelto la chetogenica come proprio regime alimentare. Discorso analogo anche per frittate ed omelette, perché friggere in keto non è un problema. Chi ha più fantasia, poi, può utilizzare le uova per piatti più elaborati, dolci compresi.

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Grasso viscerale, conoscerlo per ridurlo

Il grasso viscerale è un problema estetica ma soprattutto di salute, perché responsabile di danni all’apparato cardiovascolare. Ecco un approfondimento per saperne di più e migliorare la propria salute: cos’è, come si misura e come si riduce.

Molto spesso, ciò che spinge una persona ad iniziare un percorso alimentare per perdere peso è il desiderio di vedersi meglio, di piacersi di più. Motivazione assolutamente valida e condivisibile. Bisogna però sempre ricordarsi che dimagrire in modo equilibrato è prima di tutto il modo migliore per prendersi cura della propria salute. Il grasso viscerale è uno degli argomenti che meglio consente di sottolineare questa affermazione. Questa specifica tipologia di grasso, infatti, è poco visibile all’esterno ma molto pericolosa per il benessere fisico. Conoscere questo nemico silenzioso, che si annida nell’addome, è fondamentale per combatterlo al meglio, fino al punto di eliminarlo (se in eccesso).

Perché non dimagrisci?

Cos'è il Grasso Viscerale e perché è pericoloso

Partiamo dalla definizione. Viene detto grasso viscerale il grasso corporeo che si accumula intorno agli organi interni, come il fegato, i reni e l'intestino. Quindi, questa tipologia di grasso è collocata all'interno della cavità dell’addome. Il grasso viscerale, però, non va confuso con il grasso addominale. Quest’ultimo, infatti, è un tipo di grasso sottocutaneo, cioè posizionato tra le fasce muscolari dell’addome e la pelle; si trova quindi all’esterno della cavità addominale.

Tornando al grasso viscerale, la sua posizione spiega anche la sua pericolosità. Questa massa grassa, infatti, è responsabile della produzione di ormoni che possono influenzare negativamente il metabolismo, aumentare l’insulino-resistenza e danneggiare la salute del sistema cardiovascolare. Ecco perché il grasso viscerale è associato a una serie di patologie croniche, tra cui diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e infiammazioni sistemiche. Inoltre, è in grado di compromettere la qualità della vita in generale.

Come si misura il livello di grasso viscerale

È bene precisare, però, che, come accade spesso, ciò che fa male non è il grasso viscerale in sé ma il suo eccesso. Avere un po’ di grasso intorno agli organi dell’addome, infatti, è assolutamente fisiologico, perché è li che il corpo immagazzina l’energia. Se si supera tale livello naturale, però, iniziano i problemi. Quindi, diventa di fondamentale importanza riuscire a misurare la quantità di grasso viscerale che si ha, per capire se e come ridurlo. Purtroppo, però, proprio perché nascosto all’interno della cavità addominale, questo tipo di grasso non è facilmente identificabile. Di certo non basta pesarsi su una normale bilancia domestica.

Il primo parametro a cui si può far riferimento per misurare il grasso viscerale è la circonferenza della vita, misurata nel punto che si trova a metà tra le ultime costole e le anche. Il campanello di allarme, in questo caso, arriva quando la misura supera i 102 cm per gli uomini e gli 88 cm per le donne. Si tratta, però, solo di un’indicazione approssimativa. Una misurazione più accurata, invece, si ottiene utilizzando una bilancia impedenziometrica. In assoluto, però, la soluzione più precisa e attendibile è rappresentata dagli strumenti di imaging avanzati, come il body scan, che permettono di valutare in modo dettagliato la composizione corporea.

Come si svolge una visita dal nutrizionista

Come ridurre il grasso viscerale

Per combattere il grasso viscerale e migliorare la propria salute, è necessario adottare un approccio ad ampio spettro, che intervengo sull’alimentazione, sull’attività fisica ma anche sullo stile di vita in generale. Ridurre il grasso viscerale significa lavorare essenzialmente su tre fronti: dieta, esercizio fisico e strategie anti-stress.

  1. Alimentazione e idratazione. Gli accumuli di grasso viscerale sono frutto spesso di un mangiare eccessivo e di bassa qualità. In particolare, si rivela molto dannoso il consumo eccessivo di carboidrati e zuccheri, soprattutto se raffinati (insomma, tutti quei cibi che possono dare dipendenza). L’approccio low carb e chetogenica, quindi, è fortemente consigliato a chi vuol eliminare il grasso viscerale in eccesso. Così come può rivelarsi utile la pratica del digiuno intermittente. Allo stesso modo dell’alimentazione, bisogna anche curare l’idratazione, consumando un quantitativo giornaliero di acqua sufficiente. Gli alcolici, invece, andrebbero evitati.
  2. Esercizio fisico. Contro il grasso viscerale sono degli ottimi alleati sia gli allenamenti aerobici (dalla camminata veloce alla corsa) che quelli anaerobici (come il sollevamento pesi). L’importante è essere costanti.
  3. Strategie antistress. Vivere la propria quotidianità in condizioni di stress aumenta la produzione di cortisolo, uno degli ormoni responsabili dell’accumula di grasso viscerale. Quindi, avere uno stile di vita più equilibrato e dedicare le giuste ore al riposo notturno di qualità sono strategie fondamentali per migliorare il proprio corpo e la propria salute.

Sconfiggere l’obesità con la dieta chetogenica


junk food

Breve guida ai cibi che fanno venire fame (invece che saziare)

Ci sono alimenti che tolgono la fame e altri che invece stimolano l’appetito. Questi ultimi sono un problema, soprattutto per chi segue una dieta, perché spingono a mangiare più del dovuto (e anche peggio). Ma quali sono questi cibi che fanno venire fame? E soprattutto: perché hanno questo effetto deleterio? Vediamolo insieme.

Mangia quando hai fame, bevi quando hai sete. Questa è una delle massime fondamentali della dieta chetogenica. Infatti, tra gli effetti positivi di un regime alimentare keto o comunque low carb, superata la fase di adattamento, c’è proprio una migliore capacità di controllo della fame. Chi nella vita ha provato tante diete per perdere peso lo sa bene: il nemico principale di ogni sforzo è proprio l’appetito, il desiderio del cibo. Anche perché spesso si tratta di una voglia che si concentra proprio su cibi che sono più dannosi per la salute, come i dolci. Quindi, combattere la fame è un obiettivo primario perché la dieta abbia successo. E uno dei modi per sconfiggere il senso di fame è mangiare i cibi giusti, Sì, perché alcuni alimenti danno sazietà, altri invece portano ad abbuffarsi. Quando si dice che “l’appetito vien mangiando” ci si riferisci proprio a questo, ad una fame che viene costantemente stimolata propria dal cibo. Ma quali sono i cibi che provocano questo effetto destabilizzante? Conoscerli è importante per evitarli.

Alimenti consentiti e alimenti vietati in chetogenica

Alimenti che stimolano l’appetito invece che placare la fame

In linea generale, è possibile tracciare il profilo di 5 categorie di cibi (e bevande) che fanno venire fame.

  1. Alimenti ad alto contenuto di zuccheri semplici: dolci di vario tipo, snack zuccherati, bibite dolci (gassate e non), frutta.
  2. Carboidrati raffinati: pane bianco, pasta tradizionale, riso, pizza, prodotti da forno ottenuti con farina bianca (come pizza, grissini, cracker, eccetera).
  3. Snack salati: patatine, salatini.
  4. Junk Food: panini con hamburger, cheeseburger e simili, patatine e fritti di vario genere.
  5. Alcolici: come vino, birra e cocktail.

Fame e dipendenza dagli zuccheri

Scorrendo l’elenco dei cibi che fanno venire fame e stimolano l’appetito, è possibile riscontrare degli elementi ricorrenti, che permettono di fare una riflessione ulteriore. È evidente, infatti, la connessione di molti di questi alimenti con lo zucchero, inteso non solo come sostanza dolcificante ma come elemento presente in abbondanza (ma spesso poco visibile) nell’alimentazione della maggior parte delle persone. Secondo studi scientifici sempre più numerosi e approfonditi, gli zuccheri sono responsabili di un vero e proprio processo di dipendenza, a carico di chi li consuma. Più ne mangio, più ne voglio. Un processo fisiologico, che chiama in causa il glucosio presente nel sangue e il ruolo dell’insulina (per saperne di più, leggi questo approfondimento dedicato alla dipendenza da zuccheri). Il problema è che gli zuccheri sono in molti alimenti considerati sani e pietre miliari della decantata dieta mediterranea, come pane, pasta e frutta. Inoltre, zuccheri in grande quantità sono presenti anche in tutti gli alimenti frutto dell’industrializzazione, dai biscotti alle merendine. Liberarsene, quindi, non è facile. Però è necessario. Ed è il cuore della dieta chetogenica.

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