Dieta e amenorrea: cosa mangiare per favorire la regolarità del ciclo mestruale

Nel trattamento dell’amenorrea, cioè la condizione di assenza di ciclo mestruale nelle donne, può essere molto utile l’adozione di una dieta specifica. L’alimentazione, infatti, gioca un ruolo fondamentale nel contrastare questa patologia, soprattutto quando si tratta di amenorrea ipotalamica o causata da sindrome dell’ovaio policistico. In questo articolo, vediamo cosa mangiare preferibilmente in caso di amenorrea e il possibile ruolo di una dieta chetogenica.

Cos’è l’amenorrea e quali sono le cause dell’assenza di ciclo mestruale

In medicina, con il termine amenorrea si indica l’assenza di mestruazioni nelle donne in età fertile (che quindi dovrebbero avere un ciclo regolare). L’amenorrea può essere primaria, quando non c’è mai stato il primo ciclo, o secondaria, quando le mestruazioni, prima presenti, scompaiono per almeno sei mesi. Questa patologia può essere accompagnata anche da altri sintomi, come cute e cuoio capelluto grassi, eccessiva presenza di peli sul corpo, caduta dei capelli, fino anche all’infertilità. Tutte manifestazioni piuttosto fastidiose, che rendono evidente come la cura dell’amenorrea sia necessaria per le donne che ne soffrono. 

Per approntare la risposta medica più corretta ed efficace, però, è necessario indagare e conoscere le origini dell’amenorrea. Le cause principali di questo disturbo sono:

  • anomalie congenite dell’apparato riproduttore;
  • anomalie genetiche (come nel caso di pazienti che soffrono di sindrome di Turner);
  • assunzioni di farmaci antipsicotici, antidepressivi, antipertensivi e chemioterapici;
  • stress
  • squilibri ormonali (come nel caso delle donne che soffrono di sindrome dell’ovaio policistico, di ipotiroidismo o di ipertiroidismo).

Nelle ultime due ipotesi, cioè l’amenorrea da stress e da squilibri ormonali, questa fastidiosa malattia può essere trattata anche con il supporto di un corretto regime alimentare. La dieta, infatti, può aiutare l’organismo a superare le difficoltà fisiche dovute a periodi della vita piuttosto impegnativi, così come può collaborare a tenere sotto controllo i livelli ormonali. 

Alimentazione e ciclo mestruale: un legame a doppio filo

Prima di vedere nel dettaglio cosa mangiare contro l’amenorrea, è utile soffermarsi a spendere poche parole sul rapporto tra alimentazione e ciclo mestruale. Un legame che si potrebbe definire a doppio filo. Da una parte, infatti, come già anticipato, la giusta dieta aiuta a regolarizzare le mestruazioni. Allo stesso tempo, però, il manifestarsi di problemi nel ciclo può rappresentare una chiara spia di disturbi alimentari. Non è raro, infatti, osservare casi di amenorrea o di mestruazioni irregolari nelle donne che soffrono di anoressia o anche nelle sportive che sono portate ad avere una bassa percentuale di massa grassa e si sottopongono a faticosi regimi dietetici, combinati con pesanti allenamenti. Questo conferma come l’alimentazione sia davvero uno dei più importanti fattori di salute e benessere, da tenere sempre sotto controllo.

Cosa mangiare contro l’amenorrea: le potenzialità della dieta chetogenica (h2)

Venendo al caso specifico dell’assenza di ciclo mestruale, proviamo a rispondere alla domanda centrale di questo articolo: cosa mangiare per l’amenorrea? La risposta può essere trovata proprio tra le regole base della dieta chetogenica, che infatti risulta particolarmente indicata anche nel trattamento dell’ovaio policistico. L’obiettivo, infatti, in entrambe i casi è tenere basso il livello di insulina presente nel sangue, impostando un regime alimentare ipoglicemico. L’approccio low carb, che minimizza i carboidrati assunti giornalmente, è perfetto per raggiungere questo scopo. Inoltre, l’alto quantitativo di grassi tipico della keto diet gioca un ruolo altrettanto importante, perché questi nutrienti sono essenziali nel mantenere l’equilibrio ormonale ed endocrino.

Volendo quindi stilare una lista non esaustiva dei cibi da consumare per contrastare l’amenorrea e regolarizzare il ciclo mestruale si possono elencare i seguenti: carne e pesce (soprattutto con buone quantità di grassi), uova, formaggi, latte e yogurt interi, legumi, verdure, olio extravergine di oliva, frutta secca.

Leggi di più sulla dieta chetogenica


Endometriosi e alimentazione: il dolore si contrasta (anche) a tavola

Contro l’endometriosi, un’alimentazione equilibrata può essere una valida alleata, soprattutto se si segue un’impostazione chetogenica e low carb. I dolori dell’endometriosi, patologia che colpisce 1 donna su 10, hanno origine da un’infiammazione cronica, che può essere contrastata smettendo di mangiare carboidrati e quindi tenendo sotto controllo l’insulina. 

Accade molto spesso, nei casi di malattie croniche che provocano dolori più o meno intensi, che l’adozione di un’alimentazione corretta ed equilibrata rappresenti la terapia più efficace. Uno stile di vita sano, infatti, è quasi sempre il primo tassello da mettere a posto per iniziare un percorso di benessere. L’endometriosi rientra pienamente in questa ipotesi. La dieta, unita all’assunzione di integratori specifici, può migliorare notevolmente la qualità della vita delle donne che soffrono di questa malattia tipicamente femminile. Ma per quale motivo la dieta ha così tanta rilevanza nel trattamento dell’endometriosi? Per comprenderlo, è necessario prima inquadrare bene ciò di cui si parla. Partiamo quindi da una rapida definizione dell’endometriosi, delle sue cause e dei suoi sintomi.

Leggi anche: Dieta per ovaio policistico

Cos’è l’endometriosi?

Come in parte già anticipato, l’endometriosi è una malattia infiammatoria cronica che colpisce esclusivamente le donne e che determina la presenza di cellule endometriali al di fuori della loro collocazione naturale, che è l’utero (meglio ancora: l’endometrio, cioè la mucosa che lo riveste). Questa presenza anomala può provocare forti dolori pelvici, sia durante l’atto sessuale che durante le normali attività della vita quotidiana, a cui si possono associare anche senso di spossatezza, disturbi intestinali, mal di schiena, amenorrea. Inoltre, l’endometriosi può essere causa di infertilità; non a caso, soffre di questa patologia circa il 30%-50% delle donne con problemi nel concepimento dei figli (incidenza che scende al 10% se rapportata a tutta la popolazione femminile). È bene però precisare che in molti casi l’endometriosi è asintomatica e quindi più difficile da diagnosticare. A causare l’insorgere e il progredire della malattia è uno stato di infiammazione cronica, legato ad un’eccessiva produzione di estrogeni (gli ormoni femminili). 

Leggi anche: Dieta chetogenica in gravidanza

Dieta per combattere l’endometriosi: qualche consiglio

Se il problema è l’infiammazione, è ovvio che è su questa che bisogna provare a intervenire per diminuire il dolore e le altre manifestazioni patologiche. Ecco perché l’alimentazione è uno degli alleati più potenti. Il cibo, infatti, se ben calibrato, è in grado di far ottenere un triplice benefico risultato:

  • ridurre l’infiammazione;
  • ridurre la presenza di ormoni nel sangue;
  • migliorare la risposta insulinica.

Per riuscirci, bisogna eliminare alcuni alimenti e potenziare l’assunzione di altri.

Cosa mangiare

Cominciamo dalla lista dei cibi che è si possono (e si devono) mangiare, perché forniscono un supporto molto valido contro l’endometriosi:

  • carne bianca e rossa;
  • uova;
  • olio di oliva;
  • semi oleosi (come girasole, zucca, lino);
  • avocado;
  • pesce ricco di Omega 3 (come pesce azzurro, salmone, tonno);
  • cereali integrali, possibilmente con poco glutine;
  • legumi;
  • frutta fresca e frutta secca;
  • verdure, ricche di fibre e di proprietà antiossidanti.

In linea generale, poi, quando si tratta di alimenti di origine animale, è sempre meglio prediligere quelli provenienti da allevamenti controllati, in cui si fa un ricorso minore (se non nullo) agli ormoni per ottenere la crescita del bestiame. 

Quali cibi evitare

Passiamo ora all’elenco dei cibi da evitare, tra cui figurano alcuni “tentatori” d’eccezione, di cui è difficile disfarsi:

  • latticini;
  • cibi ad alto contenuto di glutine;
  • prodotti industriali ricchi di zuccheri e conservanti;
  • bevande alcoliche;
  • caffè e bevande che contengono caffeina;
  • prodotti di soia;
  • farine bianche e relativi prodotti da forno;
  • dolci e bevande molto zuccherini.

Leggi di più: Dieta chetogenica antinfiammatoria

Dieta chetogenica ed endometriosi: l’approccio low carb è un’ottima idea

Dalla lettura degli elenchi di cibi permessi e vietati può sorgere un quesito: e se la dieta migliore per l’endometriosi fosse una chetogenica o quantomeno una low carb? Domanda pertinente la cui risposta è positiva: si, per contrastare dolore e infiammazione meglio abbassare (fin quasi ad eliminarli) i carboidrati e aumentare i grassi. Ovviamente, si parla di una dieta chetogenica seria, impostata e seguita da un nutrizionista esperto. 

Che la keto diet e l’approccio low carb diano benefici contro l’endometriosi lo confermano anche studi scientifici. Le ragioni sono almeno tre:

  • mantenimento sotto controllo dei livelli di glucosio e quindi di insulina (che, quando tende a salire, alimenta la produzione di estrogeni, peggiorando la malattia);
  • supporto della funzione immunitaria;
  • attivazione del metabolismo dei grassi (attraverso la chetosi) con conseguente riduzione della conversione periferica degli androgeni in estrogeni.

Approfondisci la dieta chetogenica


Reflusso gastroesofageo, dieta chetogenica e nuovo stile di vita possono essere la soluzione

Il reflusso gastroesofageo è un disturbo piuttosto fastidioso che può trovare sollievo se si adotta una dieta adeguata e dei corretti stili di vita. Ma qual è la dieta migliore per il reflusso? Cosa bisogna mangiare e cosa evitare? Un’alimentazione chetogenica può andare bene? Vediamolo in questo articolo di approfondimento.

Chi soffre di reflusso gastroesofageo sa bene quanto questo disturbo possa essere insopportabile, soprattutto quando da episodico si trasforma in costante e quindi in malattia da reflusso. Tra l’altro, è una patologia molto più diffusa di quanto si possa pensare, soprattutto tra le persone con più di 45 anni. Il 50% di color che hanno il reflusso acido, infatti, rientra in questa fascia di età. Inoltre, è un problema molto diffuso anche tra le donne in gravidanza. Il trattamento spesso è farmacologico. In realtà, però, alimentazione e abitudini di vita giocano un ruolo fondamentale sia nella prevenzione che nel controllo delle manifestazioni del reflusso.

Cos’è il reflusso gastroesofageo

Da un punto di vista medico, il reflusso gastroesofageo è il fenomeno di risalita del contenuto acido dello stomaco nell’esofago. Ecco perché, nel gergo comune, si parla anche di reflusso acido o acidità gastrica. Episodi di reflusso possono verificarsi sporadicamente, magari in concomitanza di pasti molto abbondanti o a base di alimenti particolarmente pesanti. In questo caso, il fastidio è circoscritto nel tempo e quindi facilmente superabile. Diverso, invece, è il caso della malattia da reflusso, che si ha quando questa presenza acida si ripete con costanza. È in circostanze del genere che diventa fondamentale correre ai ripari e arrestare o almeno alleviare il problema.

Sintomi della malattia da reflusso

Come ci si rende conto di soffrire di reflusso? I sintomi sono ben riconoscibili e piuttosto fastidiosi. Il principale è il bruciore alla bocca dello stomaco, a volte talmente forte da generare dolore localizzato (simile a una fitta). Possono poi verificarsi episodi di rigurgito. Infine, la scienza ha studiato tutta una serie di sintomi associati al reflusso ma meno specifici, come asma, tosse cronica, infiammazioni della laringe.  

Cause del reflusso

Anche sotto il profilo delle cause del reflusso, si possono identificare molteplici fattori scatenanti. Individuare quello corretto è il modo migliore per arrivare a una diagnosi compiuta e quindi ad una terapia. Un ruolo chiave lo possono giocare i fattori anatomici, come l’ernia iatale o la chiusura imperfetta dello sfintere, o funzionali, come eccessive secrezioni gastriche o prolungato ristagno di cibo nello stomaco. Anche l’assunzione continua e massiccia di alcuni farmaci può provocare reflusso. Le cause principali del disturbo, però, restano collegate all’alimentazione e allo stile di vita. Non a caso, questa patologia è molto frequente tra le persone con problemi di obesità.

Leggi anche: Il trattamento dell’obesità infantile

Dieta per reflusso e corretto stile di vita: i consigli da seguire

Per questo motivo, curare la dieta e controllare le abitudini quotidiane è ancora più importante se si soffre di reflusso gastroesofageo. Ci sono alcuni cibi particolarmente consigliati ed altri che andrebbero evitati. Ciò che più conta, però, è l’equilibrio complessivo così come le modalità di consumo dei pasti.

Come mangiare

Nell’indicare le “buone pratiche” anti-reflusso, quindi è bene partire dal “come si deve mangiare”. Ecco alcuni consigli pratici:

  • mangiare poco ma spesso: i piccoli pasti sono da preferire alle grandi abbuffate;
  • nelle ore pomeridiane e serali consumare prevalentemente cibi leggeri;
  • fare attenzione alla masticazione, che deve essere lenta e lunga;
  • non sdraiarsi a letto poco dopo aver consumato i pasti, l’ideale sarebbe far trascorrere almeno un paio di ore;
  • evitare il consumo di cibi e bevande troppo caldi o troppo freddi.

Cosa non mangiare

Se è vero che la cosa fondamentale non è cosa si mangia ma come, è altrettanto vero che, chi soffre di reflusso, è meglio non abusi di determinati cibi. Ad esempio:

  • frutta e verdura a contenuto particolarmente acido (pomodoro, arancia, kiwi, ananas, eccetera);
  • cioccolato;
  • caffè;
  • spezie;
  • bibite gassate.

Cattive abitudini

Ultimo capitolo: le cattive abitudini. Qui c’è poco da dire, visto che i nemici sono sempre gli stessi e ben conosciuti: fumo e consumo eccessivo di alcol. 

Leggi anche: I benefici della dieta low carb

Dieta chetogenica e reflusso: ecco perché fa bene

In chiusura, visto l’ampio spazio dedicato giustamente all’alimentazione corretta contro il reflusso, è opportuno dedicare un paragrafo alla dieta chetogenica e al suo rapporto con questa patologia. Può essere la keto diet una soluzione in grado di contrastare il reflusso gastroesofageo? La risposta è sì, almeno a dar retta a diversi studi scientifici. 

Man mano che le ricerche sul tema si moltiplicano, infatti, emerge sempre più chiaro il profilo dei colpevoli che scatenano l’acidità gastrica: i carboidrati. Un’indicazione che ha solide basi anche se va in contrasto con quanto sostenuto da molti medici in passato. Navigando sul web e digitando le fatidiche parole chiave “dieta reflusso gastrico”, infatti, si finirà per incappare in molti articoli che incolpano di questo disturbo i grassi e consigliano di eliminarli dalla dieta. La colpa, però, non è dei grassi, ma, come anticipato, dei carboidrati e dell’interazione che questi innescano con il materiale lipidico. Non a caso, alcune sperimentazioni hanno permesso di osservare come, sposando diete low carb, anche in presenza di un alto quantitativo di grassi ingeriti, gli episodi di reflusso tendono a scomparire o ad attenuarsi notevolmente.  Inoltre, è bene sottolineare che gli effetti benefici della keto diet sul reflusso gastrico sono legati alle proprietà antinfiammatorie di questo tipo di alimentazione, grazie alla bassa presenza di zuccheri.

Tutto quello che vuoi sapere sulla dieta chetogenica


Dieta per la tiroide e alimentazione chetogenica

La dieta chetogenica non fa male alla tiroide. Anzi, bassi contenuti di carboidrati possono aiutare a normalizzare la produzione degli ormoni tiroidei. Eppure, quello della ketodiet come causa dell’ipotiroidismo è uno dei falsi miti più diffusi. Vediamo come stanno davvero le cose. 

Tutti i falsi miti sulla dieta chetogenica

La dieta chetogenica fa male alla tiroide? Se pratico la ketodiet e abbasso drasticamente i carboidrati rischio di manifestare forme di ipotiroidismo? Sono queste due le domande a cui l’articolo che segue vuole dare una risposta. Si tratta di quesiti importanti, sia perché molto diffusi e sia soprattutto perché hanno a che fare con la tiroide, cioè una ghiandola particolarmente importante e sensibile del corpo umano. Vista la delicatezza del tema, è possibile fare subito un’anticipazione: la risposta è no, l’alimentazione chetogenica non provoca disfunzioni della tiroide. Anzi, magiare low carb può essere utile per normalizzare i valori degli ormoni tiroidei presenti nel sangue. Le risposte migliori, però, sono quelle adeguatamente spiegate e motivate, specialmente quando si ha a che fare con argomenti scientifici. Quindi proseguiamo con ordine e vediamo che relazione c’è tra tiroide e alimentazione chetogenica.

Leggi anche: Dieta chetogenica e colesterolo

La tiroide, gli ormoni tiroidei le possibili disfunzioni

Una piccola premessa è d’obbligo, per delineare i contorni di ciò di cui si parla, cioè la tiroide e le disfunzioni ormonali tiroidee. La tiroide, come già in parte anticipato, è una ghiandola che si trova alla base del collo e ha una particolare forma a farfalla (o a papillon). Il suo compito principale è quello di produrre gli ormoni tiroidei, identificati come T3 e T4. A loro volta, tali ormoni sono responsabili di numerosi processi che avvengono nel corpo, tra cui il metabolismo, la sintesi proteica e lo sviluppo. Quindi, carenza o eccesso di ormoni tiroidei, dovuti al malfunzionamento della ghiandola, possono avere conseguenze piuttosto serie. 

Ipertiroidismo

L’ipertiroidismo è quella condizione patologica che si verifica quando la tiroide produce troppi ormoni. I principali sintomi sono rappresentati da perdita di peso, affaticamento, iperattività, irritabilità, apatia, eccessiva sudorazione, ingiallimento della pelle, aritmia, dispnea, nausea. 

Ipotiroidismo

Al contrario, l’ipotiroidismo è collegato alla scarsa e insufficiente produzione di ormoni tiroidei. Questa condizione è meno “visibile” dell’ipertiroidismo. Inoltre, in occidente è piuttosto diffusa come conseguenza di una carenza di iodio. I sintomi prevalenti sono mancanza di appetito, diminuzione della frequenza cardiaca, aumento di peso, riduzione del metabolismo, nelle donne eccesso di flussi mestruali (o elevata frequenza). La condizione di ipotiroidismo è quella che viene maggiormente in rilievo quando si parla di rapporto tra dieta chetogenica (o comunque a basso contenuto di carboidrati) e disfunzioni della toroide. Ora vediamo perché.

Leggi anche: Dieta per ovaio policistico

Tiroide e chetogenica: il ruolo dei carboidrati e gli effetti della perdita di peso

“La dieta chetogenica fa male alla tiroide”. Questa frase rientra di diritto tra i falsi miti che circolano sulla ketodiet e è opportuno smentire scientificamente. Su cosa si basa questa convinzione? Su un’osservazione empirica: è stato osservato, infatti, che l’attivazione dei meccanismi di chetosi è associata a una diminuzione del quantitativo di ormoni tiroidei T3 presenti nel sangue. Questo significa che la tiroide ne produce di meno. Perché accade questo? Il fenomeno è associabile a due fattori, che di solito coesistono nelle persone che iniziano una ketodiet per scopi dimagranti: il quasi azzeramento dei carboidrati consumati e il deficit calorico (utile a perdere peso). A partire da questa correlazione, quindi, c’è chi trae la conclusione che la chetogenica faccia mala alla tiroide e afferma che non bisognerebbe mai scendere sotto i 100 grammi di carboidrati consumati al giorno.

In realtà, però, nessuno studio scientifico ha mai confermato questa correlazione negativa. Anzi, è stato notato che, pur essendoci meno ormoni T3 in circolo, questi risultano più “reattivi”, quindi la funzionalità dei processi in cui sono implicati non viene danneggiata. Questo farebbe addirittura pensare che sia il livello più basso di ormoni quello fisiologicamente più adatto all’uomo, non quello più alto (conseguenza di un’alimentazione ricca di carboidrati). Detta in altri termini: la dieta chetogenica sembra rendere più performante l’ormone tiroideo e quindi c’è bisogno di averne in minore quantità nel sangue per svolgere lo stesso lavoro.  

Discorso parzialmente diverso quando il calo degli ormoni T3 è collegato a un eccessivo deficit calorico. In questo caso è possibile alzare le calorie consumate pur senza mangiare carboidrati, ma utilizzando i grassi. Anzi, compito del nutrizionista è proprio stilare una dieta che non prevede drastici (e dannosi) tagli calorici. È questo è l’ennesimo buon motivo per rivolgersi a un professionista ed evitare il fai da te.

Leggi di più sulla dieta chetogenica


Valutazione della composizione corporea: il calcolo di massa grassa e massa magra da cui parte tutto

La valutazione della composizione corporea è l’analisi che permette di calcolare la quantità di massa grassa e di massa magra di un organismo. È un passaggio fondamentale per impostare una dieta corretta. I metodi per misurare la composizione corporea sono diversi, i più diffusi, però, sono plicometria e impedenziometria. Vediamo bene come funzionano e quali sono i livelli di riferimento per considerare buona la propria forma fisica. 

Di solito, la principale preoccupazione di chi ha a cuore la propria forma fisica è il peso. Non a caso, la bilancia diventa spesso il nemico numero uno di chi decide di mettersi a dieta. L’obiettivo, per tutti, è perdere peso. Eppure, i nutrizionisti sanno bene (e tentano di spiegare ai loro pazienti) che il peso è solo una delle variabili da tenere in considerazione e, se trattato come valore assoluto e non confrontato con altri dati, rischia di essere addirittura fuorviante. Molto più importante, invece, è il concetto di composizione corporea. 

Un esempio pratico può aiutare a capire. Prendiamo due individui di sesso maschile, con stessa età, stessa altezza e stesso peso. Il primo, però, è uno sportivo che si allena tre o quattro volte alla settimana e segue una dieta bilanciata. Il secondo, invece, fa una vita sedentaria e ha un’alimentazione non corretta. È ovvio che uno si trova in una condizione salutare, l’altro no; uno è già sulla strada giusta, l’altro ha molto da migliorare. Eppure, se si desse ascolto solo alla bilancia si finirebbe per metterli sullo stesso piano. Cosa fa la differenza? Proprio la composizione corporea. Ed ora vediamo meglio perché. 

Perché non riesco a dimagrire?

Cos’è la composizione corporea

La definizione di composizione corporea è piuttosto semplice e intuitiva. Si tratta, infatti, di una 

visione complessiva degli elementi che compongono l’organismo umano.

L’analisi e lo studio di tale composizione possono avvenire a diversi livelli: da quello atomico, il più piccolo, a quello anatomico, passando per quello molecolare e per quello cellulare. Questi ultimi due, in realtà, sono i più diffusi, soprattutto nel campo della nutrizione e dello sport, settori in cui la composizione corporea è particolarmente rilevante. 

Quando si parla di composizione corporea, i concetti che assumono rilevanza sono essenzialmente due (modello bicompartimentale):

  • Massa grassa (FM – Fat Mass), cioè il totale di lipidi presenti nel corpo;
  • Massa magra (FFM – Fat Free Mass), cioè tutto ciò che non rientra nella massa grassa (muscoli, ma anche ossa, acqua e organi). 

La diversa percentuale della massa magra e della massa grassa restituiscono una fotografia più attendibile dello stato di forma fisica rispetto al solo peso in kg. 

L’indice di massa corporea (BMI) (h3)

Quando si parla di composizione corporea è bene sottolineare la sua differenza rispetto all’indice di massa corporea. Il BMI (body mass index), infatti, è solo uno dei metodi (tra i più rudimentali) per valutare la composizione corporea. Tale indice, infatti, si ottiene applicando una semplice formula matematica che divide il peso (espresso in chilogrammi) per il quadrato dell’altezza (espresso in metri):

BMI = peso/(altezza*altezza)

Il risultato va poi confrontato con una scala di valori di riferimento, che colloca i normopeso nella forbice tra 18 e 25. Per valori inferiori a 18 si è considerati sottopeso, per quelli superiori a 25 si è classificati come sovrappeso. 

L’indice di massa corporea, però, soffre degli stessi difetti di una valutazione basata sul solo peso. Basti pensare, infatti, che gli atleti che praticano bodybuilding hanno normalmente valori superiori a 25, senza per questo poter essere considerati obesi. 

Leggi anche l’approfondimento sulla dieta chetogenica

Calcolare la composizione corporea: i diversi metodi di misurazione

La misurazione della composizione corporea può avvenire secondo diverse tecniche, che differiscono tra di loro anche per il livello di precisione e attendibilità che riescono a raggiungere. Le principali sono le seguenti. 

  • Plicometria: attraverso un apposito strumento, chiamato plicometro, si procede a misurare lo spessore del pannicolo adiposo in specifiche zone del corpo (come, ad esempio, tra l’ascella e il capezzolo); è un metodo accurato, purché eseguito da un professionista esperto.
  • Bioimpendenziometria: si realizza grazie ad un apposito macchinario che, a contatto con mani e/o piedi, rilascia nel corpo umano un’impercettibile scarica elettrica; la capacità di penetrazione di questa scarica nei tessuti, permette di identificare la presenza di grasso; anche in questo caso il livello di precisione è buono, è indipendente da errori umani ma può essere influenzato dal livello di idratazione dell’organismo.
  • Densitometria (DEXA): è il test più attendibile, perché sfrutta le radiazioni, ma anche il meno accessibile e il più costoso (perché richiede l’uso di un macchinario complesso).
  • Dosaggio del potassio 40: il potassio 40k è un isotopo radioattivo, quindi emette costantemente segnali gamma e questo permette di utilizzarlo per valutare la quantità di massa magra e, per esclusione, quella di massa grassa.  

Tra questi, i metodi più utilizzati sono senza dubbio i primi due, perché uniscono un buon livello di precisione con una relativa facilità di misurazione. 

Il Body Scanner di ultima generazione

Una menzione a parte, tra gli strumenti di valutazione della composizione corporea, lo merita il body scanner di ultima generazione Fit 3D di A-Wave, utilizzato anche presso i miei studi. È un macchinario prodotto negli Stati Uniti, che fornisce una scheda dettagliata del paziente, con la raffigurazione reale in 3D del suo corpo. In questo modo, consente di vedere, valutare e correggere tutti i minimi difetti e monitorare l'andamento con una precisione del 100%. È perfetto soprattutto nel trattamento delle persone obese e degli atleti. Non a caso, uno dei 10 esemplari presenti in Italia, è in dotazione alla squadra dell’Inter. 

Prima visita dal nutrizionista: cosa succede?

La composizione corporea ideale: i valori di riferimento

A prescindere dal metodo di misurazione utilizzato, i due dati principali che escono da una valutazione della composizione corporea sono la percentuale di massa grassa e quella di massa magra. Quali sono, però, i valori di riferimento con cui queste cifre vanno confrontate per capire la situazione? Soprattutto, quale deve essere la percentuale di massa grassa per essere considerati in buona forma? Premesso che una valutazione compiuta deve prendere in considerazione diverse variabili e deve quindi essere realizzata da un medico professionista, qualche parametro di riferimento può essere comunque indicato.

Per gli uomini, un livello buono di massa grassa è quello che si colloca tra il 15% e il 20%. Sotto questa soglia, si trovano i fisici particolarmente atletici (considerando che sotto il 5% non è consigliabile scendere, perché si rischierebbe la vita), sopra quelli con problemi di sovrappeso o addirittura obesità. Per le donne, invece, le percentuali si alzano leggermente. È nella norma una massa grassa tra il 20% e il 25%. Nella valutazione, però, va tenuta in forte considerazione l’età, perché, con il crescere degli anni, la percentuale di massa grassa tende fisiologicamente ad aumentare e quindi livelli più alti sono comunque accettabili. 

Obesità e farmaci: quanto sono utili?


Dieta per il colesterolo alto? L’aiuto può venire dalla chetogenica

La chetogenica fa aumentare il colesterolo, come credono in molti? O invece una dieta a basso contenuto di carboidrati aiuta a combatterlo? Ma cos’è realmente il colesterolo? Che differenza c’è tra colesterolo buono e cattivo? Come si forma e a cosa serve? In questo articolo proviamo ad approfondire il tema, cercando di superare la nuvola di disinformazione che lo circonda e a scoprire cosa è meglio magiare (e cosa no) per abbassarlo.

Tutti hanno paura del colesterolo. Quando si ritirano le analisi del sangue, spesso è la prima voce che si va a controllare e il web straripa di pagine che cercano di rispondere a domande antiche quando cariche di preoccupazione. Cosa posso fare per il colesterolo alto? Cosa posso mangiare per abbassarlo? Non c’è dubbio che si tratti di un timore fondato, ma molto spesso è avvolto da una nebbia di confusione e scarsa conoscenza dei dettagli. Di certo la dieta è una possibile alleata nel contrasto all’ipercolesterolemia. Una sana alimentazione garantisce benessere sotto tutti i punti di vista, quindi coinvolge anche i livelli di colesterolo nel sangue. Ma prima di addentrarsi in discorsi così specifici, è bene chiarire il quadro d’insieme, anche per confutare qualche informazione errata che circola sul tema. Una piccola anticipazione: la fama del colesterolo è molto peggiore di quanto si meriti.

Leggi di più sulla dieta chetogenica

“Aiuto, ho il colesterolo alto?”. Ma cosa significa davvero?

Partiamo dal quesito di base: cos’è il colesterolo? Da un punto di vista scientifico, questo nome indica delle particolari molecole di grasso (lipidi, per usare il termine tecnico) che compongono la membrana delle cellule e si trovano nel sangue e in tutti i tessuti del corpo umano. Nel linguaggio comune, se ne distinguono due tipologie:

  • Colesterolo buono (HDL, cioè lipoproteine ad alta densità): favorisce l’eliminazione del colesterolo in eccesso presente nel sangue attraverso le vie biliari;
  • Colesterolo cattivo (LDL, cioè lipoproteine a bassa densità): che rimuove il colesterolo in eccesso dal fegato e lo deposita nelle arterie.

Il colesterolo cattivo è poi suddivisibile in altre due tipologie, contraddistinte dalle lettere A e B. Nello specifico le apolipoproteine A (ApoA) svolgono un ruolo protettivo nei confronti di eventi cardiovascolari. Quindi quando le LDL sono più alte nelle analisi del sangue non significa obbligatoriamente che il paziente sia esposto a rischi per la salute. Infatti, uno studio del 2013 condotto su una parte della popolazione anziana giapponese ha dimostrato che i soggetti con maggiori doti mnemoniche avevano valori di LDL maggiori della norma.

Quindi, quando qualcuno dice di avere il colesterolo alto fa riferimento al quantitativo di molecole di LDL presenti nel sangue. Però, per valutare la pericolosità di questa condizione, non bisogna guardare al dato singolo ma metterlo in relazione con il livello di HDL (che invece, quando alto, ha effetti positivi) e anche con quello dei trigliceridi. Convenzionalmente, la condizione di ipercolesterolemia inizia a un livello di colesterolo totale superiore a 200 mg/dl. Ancora più nello specifico, l’LDL non dovrebbe superare i 100 mg/dl, l’HLD, non dovrebbe scendere sotto i 40 mg/dl e i trigliceridi dovrebbero mantenersi inferiori a 150 mg/dl. All’ipercolesterolemia si associa un più alto rischio di malattie cardiovascolari.

A questo punto, si potrebbe pensare che per stare bene bisognerebbe mantenere il colesterolo il più basso possibile, magari addirittura azzerarlo. Assolutamente no! A parte il fatto che eliminare il colesterolo dall’organismo è impossibile, ma farlo porterebbe danni gravissimo. Il colesterolo, infatti, non è un nemico ma una molecola essenziale per la salute. Per rendersene conto, basta scorrere la lista delle cose a cui serve:

  • produzione della vitamina D;
  • produzione degli ormoni sessuali (come testosterone ed estrogeni);
  • costituzione della mielina (che riveste i neuroni);
  • funzionamento del cervello;
  • sostegno al sistema immunitario contro infezioni e tossine batteriche;
  • composizione di Sali biliari e acidi biliari.

Come si controlla la fame?

Alimentazione per abbassare il colesterolo: un alleato efficace

Detto questo, appare chiaro che demonizzare il colesterolo non è una cosa buona. Ovviamente, ciò non significa che non bisogna fare nulla per abbassarlo, quando supera i livelli di guardia. L’alimentazione può essere di aiuto? Sì, anche se solo fino a un certo punto. La maggior parte delle molecole di LDL e HDL, infatti, vengono prodotte dall’organismo e solo una piccola parte viene assunta dall’esterno attraverso il cibo. Quindi, un corretto regime alimentare può contribuire ad abbassare i livelli di colesterolo del sangue per non più del 10-15%. 

Per sapere cosa mangiare e cosa non mangiare per diminuire il colesterolo si possono seguire tre semplici indicazioni:

  • meno grassi saturi (a cui preferire quelli insaturi);
  • più fibre;
  • più omega 3.

Dieta chetogenica e colesterolo, tra (falso) mito e (scientifica) realtà

Queste tre indicazioni si sposano bene anche con una dieta chetogenica o comunque a basso contenuto di carboidrati. Eppure, uno dei falsi miti che perseguitano la ketodiet sostiene che questa provochi un innalzamento del colesterolo. A cosa è dovuta questa “leggenda”? Ad un’associazione di idee un po’ semplicistica: siccome nell’alimentazione chetogenica si consumano molti grassi (a scapito delle proteine e soprattutto dei carboidrati), questo porta all’ipercolesterolemia. 

In realtà, non è affatto così. Nella maggior parte dei casi la ketodiet è associata a un mantenimento stabile delle molecole LDL, a una diminuzione dei trigliceridi e a un aumento delle molecole HDL. Il risultato finale, quindi, è positivo. 

Per rafforzare ancora di più questa tendenza, si possono avere delle accortezze ulteriori, molto simili a quelle già elencate:

  • consumare poco caffè (o per niente);
  • sostituire i grassi saturi con quelli insaturi;
  • aumentare le fibre;
  • praticare il digiuno intermittente (nella versione 16/8 o 20/4);

Inoltre, ci sono alcuni cibi tipici della dieta chetogenica che sono dei potenti alleati contro il colesterolo. Si tratta di avocado, verdure verdi, cacao e cioccolato fondente, noci e semi. 

5 errori che rovinano la dieta chetogenica


Chetogenica e perdita dei capelli? Ecco perché succede e come rimediare

La dieta chetogenica può portare a una perdita di capelli maggiore del normale. La colpa, però, non è della chetosi, bensì dello shock che il corpo subisce quando cambia drasticamente il regime alimentare. È un effetto collaterale che non si verifica sempre, è comunque temporaneo e non deve destare preoccupazione. Come rimedi, può essere sufficiente aumentare l’apporto calorico proveniente dai grassi.

Senza troppi tentennamenti, veniamo subito alla domanda cardine da cui prende spunto questo articolo: durante la dieta chetogenica si possono perdere più capelli? La risposta è sì. Ma è giusto e necessario aggiungere anche che:

  • non sempre questo effetto collaterale si verifica;
  • la caduta è temporanea;
  • non bisogna abbandonare la ketodiet per interrompere il fenomeno.

Ora, però, scendiamo un po’ nei dettagli.

Tutti i buoni motivi per rinunciare ai carboidrati

Crescita e caduta dei capelli

Per comprendere bene il collegamento tra dieta a basso contenuto di carboidrati e temporaneo aumento della perdita dei capelli (o loro indebolimento) bisogna fare un piccolo passo indietro e illustrare brevemente il ciclo di vita del capello umano. Normalmente, un capello cresce per circa due anni e poi entra in una fase di riposo, che dura approssimativamente tre mesi. Al termine di questa pausa, il capello cade, sostituito da uno nuovo che è cominciato a spuntare all’interno dello stesso bulbo pilifero. 

Il ricambio dei capelli che si hanno in testa, quindi, è costante ma pressoché “invisibile”, perché non interessa simultaneamente un gran numero di bulbi. Quando notiamo la caduta di molti capelli, ad esempio dopo averli lavati, significa che il fenomeno si è intensificato e molti bulbi si trovano nella fase di rinnovamento.  Il motivo? Il corpo ha subito uno “shock”, cioè un netto e repentino cambiamento delle sue abitudini. Questo può verificarsi, ad esempio, nelle donne in gravidanza o in allattamento, in periodi di forte stress, quando si stanno seguendo cure mediche particolari e in altre situazioni di questo tipo. Lo shock fa sì che molti più capelli del solito entrino in fase di riposo e questo, tre mesi dopo, si tramuta in una contemporanea caduta degli stessi.

Gli errori da non fare in ketodiet

 

Perché cadono i capelli durante la dieta chetogenica?

Nel caso specifico della ketodiet, il cambiamento radicale di regime alimentare, cioè la drastica riduzione dei carboidrati, può rappresentare proprio lo shock che dà il via alla perdita dei capelli. Questo avviene soprattutto quando si finisce per cadere in una dieta ipocalorica, non assumendo sufficienti calorie. La chetosi, quindi, non c’entra nulla, al contrario di come molti sostengono. E se la chetosi non è responsabile della perdita dei capelli, vuol dire che, per rimediare, non è necessario interrompere la chetogenica. Le soluzioni, al limite, possono essere altre.

 

I rimedi contro la perdita dei capelli in ketodiet

In alcuni casi, si può anche scegliere di non fare nulla. Il corpo, superato il disorientamento iniziale, si abituerà alla nuova alimentazione e recupererà i suoi ritmi, anche a livello di cuoio capelluto. È comprensibile, però, che la caduta massiccia di capelli possa rappresentare un motivo di preoccupazione, soprattutto nelle donne. In questi casi, se un medico si limitasse a consigliare di lasciar correre dimostrerebbe davvero una scarsa sensibilità.

Quali sono, quindi, le possibili soluzioni? Essenzialmente bisogna evitare di lasciare il corpo in uno stato di eccessivo deficit di calorie. L’apporto calorico che viene meno dai carboidrati va recuperato ricorrendo ai grassi sani. La spia che aiuta ad attivare questo sistema di controllo è la fame: quando è troppa vuol dire che qualcosa non va e dunque è bene concedersi un po’ di cibo (purché sia quello giusto). Inoltre, è fondamentale stare attenti anche al corretto equilibrio dei nutrienti. Ecco perché è consigliato affidarsi a un professionista per calibrare al meglio la ketodiet.

Come faccio a controllare la fame?


Dieta per ovaio policistico: la corretta alimentazione è low carb

Nel trattamento della sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) ha dimostrato efficacia anche l’adozione di una dieta low carb, come la ketodiet. Il regime alimentare chetogenetico, infatti, consente di agire positivamente sui livelli di insulina e, di conseguenza, favorisce il riequilibrio ormonale e la perdita di peso.

Una corretta alimentazione può essere un valido alleato nel trattamento di una pluralità di patologie. È sempre utile, quindi, tenere a mente la massima del filosofo tedesco Feuerbach, che affermava che “siamo ciò che mangiamo”. Non a caso, sono sempre di più e più solidi gli studi scientifici che consigliano l’adozione di specifiche diete per trattare malattie di diverso tipo. Tra queste vi è l’ovaio policistico che, come vedremo nel dettaglio in questo articolo, beneficia dell’adozione di un regime alimentare low carb, come quello chetogenico. 

La sindrome dell’ovaio policistico

Tra le patologie endocrine che colpiscono le donne, l’ovaio policistico è una delle più diffuse. Secondo le statistiche, ne soffre tra il 5% il 10% della popolazione femminile, con manifestazioni che iniziano nell’età dello sviluppo. 

Le pazienti affette da sindrome dell’ovaio policistico presentano numerose cisti ovariche, disfunzioni ovulatorie e produzione eccessiva di ormoni androgeni. Da questa condizione di squilibrio ormonale, derivano tutta una serie di sintomi, anche piuttosto seri, che consentono di riconoscere il disturbo. Tra questi, i più comuni sono:

  • Aumento del tessuto adiposo;
  • Irregolarità nelle mestruazioni (fino anche alla totale assenza di ciclo mestruale, cioè la condizione di amenorrea);
  • Infertilità;
  • Acne;
  • Eccesso di peli sul viso e sul corpo (localizzati in zone tipicamente maschili).

Inoltre, la sindrome è spesso associata ad altre malattie connesse con l’insulino resistenza, come obesità, diabete di tipo 2, diabete gestazionale, ipertensione e colesterolemia.

Come è evidente da questo elenco, dunque, l’ovaio policistico è una malattia che può limitare in maniera forte la vita e la libertà di una donna. Per questo motivo, non va assolutamente trascurata e deve essere affrontata con tutte le “armi” disponibili.

Dieta e ovaio policistico: la soluzione chetogenica – low carb

Tra questi rimedi c’è sicuramente anche l’adozione di un corretto regime alimentare. Nello specifico, dei recenti studi hanno mostrato risultati molto incoraggianti nel trattamento dell’ovaio policistico ottenuti attraverso una dieta chetogenica, quindi a basso contenuto di carboidrati.

Il motivo è da ricercarsi nella connessione con l’insulina che, come abbiamo detto, ha un suo ruolo in questa sindrome. Una dieta low carb, infatti, ha il merito di abbassare il livello di insulina, consentendo di tenerla sotto controllo e migliorando lo squilibrio ormonale. In questo modo, come è stato dimostrato da una ricerca USA del 2020, si ottiene un quadruplo risultato:

  • bassi livelli di glucosio e di insulina nel sangue;
  • miglioramenti nei livelli e nella funzione degli ormoni riproduttivi;
  • riduzione dei fattori di rischio di malattie cardiovascolari;
  • perdita di peso. 

Inoltre, molte donne con difficoltà a iniziare una gravidanza sono riuscite a rimanere incinte proprio grazie alla modifica delle abitudini alimentari. 

Ovviamente, perché sia efficace e salutare, è necessario che il percorso di alimentazione chetogenica sia impostato e seguito da un professionista.

Di seguito, alcuni approfondimenti sul tema della dieta chetogenica:


Dieta low carb, tutti i benefici della rinuncia ai carboidrati

Adottare una dieta low carb, cioè a basso contenuto di carboidrati (come la chetogenica) porta molti benefici: perdita di massa grassa, miglior controllo della fame, contrasto all’aumento della glicemia e all’insorgenza di infiammazioni. Vediamo perché.

Viviamo circondati dai carboidrati: pane, pasta, dolci, frutta. Chi segue un regime alimentare tradizionale ne consuma molti, lungo tutto l’arco della giornata, dalla colazione fino alla cena. È possibile farne a meno? A questa domanda, tante persone risponderebbero di no, perché immaginare di privarsene è davvero molto difficile. Eppure, i benefici che si ottengono quando si rinuncia ai carboidrati sono nettamente maggiori dei sacrifici richiesti per iniziare.

Cos’è una dieta low carb

Ebbene sì, una dieta low carb non solo è possibile ma addirittura consigliabile. Di cosa stiamo parlando? Il nome è abbastanza esplicativo: dieta low carb, ovvero con bassi carboidrati. Sotto questa etichetta rientrano diversi regimi alimentari, che si distinguono a secondo del ruolo che assegnano agli altri macronutrienti, cioè proteine e grassi. Nelle soluzioni low carb e high protein (anche dette iperproteiche), ad esempio, all’abbassamento del quantitativo di carboidrati corrisponde un innalzamento di quello delle proteine. Nelle alimentazioni low carb e high fat, invece, sono i grassi a salire. Quest’ultimo è il caso della dieta chetogenica.

Leggi di più sulla dieta chetogenica

Quanti carboidrati posso mangiare in low carb?

In concreto, però, cosa significa pochi carboidrati? Qual è il quantitativo consentito? La regola generale prevede un tetto massimo di 100 grammi di carboidrati al giorno. Nel caso della ketodiet, però, l’asticella si abbassa ulteriormente e non se ne possono consumare più di 20 grammi (al netto delle fibre). Per avere un metro di paragone concreto, basta considerare che un etto di pasta contiene tra i 60 e i 70 grammi di carboidrati (discorso analogo per il pane). Difficile, quindi, trovare spazio per questo tipo di alimenti in un regime chetogenico.

Gli alimenti per una dieta povera di carboidrati

La necessità di eliminare quasi del tutto gli alimenti che contengono carboidrati fa scattare il panico nella mente di chi si approccia a uno stile di vita low carb. Ed ora cosa mi mangio? In realtà, la risposta è semplice: tutto. Nel senso che esiste una lunghissima lista di cibo senza o con pochi carboidrati: qualsiasi tipo di carne e di pesce, le verdure, le uova, i formaggi (con moderazione). Può bastare?

I benefici di un’alimentazione low carb

A fronte di qualche rinuncia, una dieta low carb come la chetogenica restituisce numerosi benefici, che vanno oltre la perdita di peso (che è comunque sempre un elemento positivo, se si è in sovrappeso). 

È semplice da seguire

Superato l’impatto iniziale, un’alimentazione con pochi carboidrati è più semplice da seguire, perché gli alimenti consentiti possono essere consumati senza prestare troppa attenzione alle calorie. Scegliere questo regime dietetico, quindi, significa liberarsi di una vera schiavitù, cioè quella della costante necessità di pesare e contare tutto, in modo quasi ossessivo.

Migliora il controllo della fame

I carboidrati sono la causa principale dell’irresistibile senso di fame che colpisce chi li consuma. Anzi, più che fame, bisognerebbe proprio chiamarla voglia di carboidrati. Mangiarli, infatti, comporta un aumento dell’insulina, che provoca un picco glicemico. Quando questo picco si esaurisce, il corpo inizia a desiderare nuovi carboidrati. Una dieta low carb spezza questo meccanismo, e rende la fame più controllabile e gestibile. 

Leggi anche: Chetogenica e controllo della fame

Meno grasso, più muscoli

Eliminare i carboidrati non significa semplicemente perdere peso ma perdere grasso. La dieta low carb, infatti, spinge il corpo a trovare l’energia che gli serve bruciando i depositi di grassi (come avviene con la chetosi). Questo favorisce una ricomposizione corporea a favore della massa muscolare.

Azione antinfiammatoria e controllo della glicemia

Infine, una low carb incide positivamente sulla salute complessiva dell’organismo. Ad esempio, consente di tenere sotto controllo la glicemia (elemento fondamentale per chi soffre di diabete). Allo stesso tempo, nel lungo termine, permette di diminuire il rischio di insorgenza di fenomeni infiammatori, come artrite e dermatite.

Leggi anche: Chetogenica e infiammazioni


Pietro Mignano, Obesità e farmaci, quanto sono utili realmente?

Obesità e farmaci, quanto sono utili realmente?

In Italia, 1 persona su 10 è affetta da obesità e attualmente si registrano casi in forte aumento, anche in seguito al lockdown. È una malattia ed è ormai considerata una vera e propria pandemia a livello globale e rappresenta un fattore di rischio importante per molte patologie: malattie cardiovascolari, metaboliche, insufficienza respiratoria, malattie delle ossa, articolazioni e malattie tumorali. Il cammino verso le complicanze è subdolo perché silenzioso e spesso non percepito. L’approccio terapeutico è complesso e spesso non risolvente, soprattutto a lungo termine. Il problema spesso inizia dall’infanzia: ormai 1 bambino italiano su 3 è sovrappeso e 1 su 4 è obeso.

Cos’è l’obesità e come si affronta

L’obesità è una condizione clinica caratterizzata da un accumulo eccessivo di grasso corporeo ed è determinata da una complessa interazione di numerosi fattori tra i quali la genetica, il comportamento, l’ambiente, fattori medici, le vie del sistema nervoso centrale (SNC) e i segnali periferici. Tali fattori sono stati indicati come elementi che contribuiscono all’epidemia di obesità.

Data la patogenesi multifattoriale dell’obesità, ne deriva che il suo trattamento prevede un approccio integrato fra varie modalità d’intervento.

Il primo e fondamentale criterio per risolvere il problema deve essere il cambiamento nello stile di vita, che poggia le sue fondamenta sulle modificazioni permanenti delle abitudini alimentari. Il secondo, imprescindibile tassello, è rappresentato dalla terapia comportamentale, che offre strumenti per vincere le resistenze nei confronti di programmi di perdita di peso e dell’attività fisica. Le tecniche comportamentali specifiche portano ad una corretta ristrutturazione cognitiva nonché ad una corretta gestione di situazioni stressanti, delle contingenze e degli stimoli. Il supporto psicologico e sociale deve essere effettuato sempre e soprattutto in caso di storia di ripetuti fallimenti, bulimia nervosa o binge eating disorder, pregressi disturbi psichiatrici e sintomi di depressione. L’obesità, quindi, se non trattata adeguatamente con un approccio multidisciplinare rischia di ripresentarsi e di assumere tutte le caratteristiche di una patologia cronica.

Farmaci contro l’obesità (?)

Purtroppo, la mancanza di volontà, la fretta del risultato e la paura di non farcela creano delle ansie che la maggioranza delle persone vuole superare con l’ausilio della “pillolamagica”. Del resto, viviamo nella società del rimedio farmacologico a tutto, dall’impotenza alla timidezza. Eppure, per il dimagrimento non esistono facili scorciatoie. Praticamente tutti i farmaci usati per il dimagrimento hanno un rischio di rebound (ricaduta) dell’85-90%, quindi, una volta sospesa la terapia farmacologica, solo un 10-15% delle persone riesce a mantenere tutti o perlomeno una parte dei risultati ottenuti; la maggioranza ha invece un rimbalzo ponderale che in tempi più o meno lunghi riporta non solo al peso di partenza, ma addirittura ad accumuli maggiori. 

È facile capire che se i farmaci usati tendono a inibire la fame, alla sospensione del prodotto la fame torna preponderante, anzi amplificata.

Anche i prodotti che tendono a compensare carenze individuali a livello del sistema simpatico sono funzionali solo durante l’assunzione. Poi, se non si è riusciti a individuare le cause dello squilibrio, tutto torna come prima. 

Analogamente, i prodotti ormonali hanno un effetto inibitorio nei confronti della ghiandola endocrina che fisiologicamente è deputata alla loro produzione (ad esempio la tiroide); il risultato è che alla sospensione la secrezione risulterà ancor più ridotta. 

In un contesto di questo genere rientrano anche tutti gli stimolatori metabolici (termogenici) di origine farmacologica, praticamente tutti soggetti ad assuefazione; inoltre, una volta terminato l’uso, il metabolismo tende a ritornare alle origini.

Tutti i prodotti fino a questo punto usati, dai tiroidei agli androgeni, dalle anfetamine alle dextrofenfluoramine e derivati vari, dall’efedrina al clenbuterolo e ai composti serotoninergici nel medio e lungo periodo hanno presentato più di un problema. Certamente l’uso corretto di farmaci sotto attento controllo medico può essere utile, ma in nessun caso devono venire meno i concetti legati all’igiene e al comportamento alimentare, all’attività fisica e alla predisposizione mentale.

Discorso diverso, anche se non indipendente dall’alimentazione e l’attività, è l’uso di integratori naturali tendenti a riequilibrare e ottimizzare il funzionamento organico.