Come misurare la chetosi: tipologie di test e consigli pratici

Misurare la chetosi, quando si segue una dieta chetogenica, è possibile grazie a test specifici che indagano la presenza di corpi chetonici nel sangue e nelle urine. È bene però sapere che i test della chetosi hanno un margine di errore e dipendere da queste misurazioni è sbagliato. Ciò che davvero conto è sentirsi meglio e vedersi meglio, registrando progressivi risultati in termini di perdita di peso, ricomposizione corporea e riduzione delle circonferenze corporee.

La chetosi è il meccanismo su cui si fonda la dieta chetogenica, come rivela chiaramente anche il nome (qui un approfondimento sul tema). Entrare e rimanere in chetosi, quindi, è l’obiettivo di chi segue una keto diet. Un risultato che si ottiene riducendo drasticamente il quantitativo di carboidrati consumati in una giornata (approccio low carb), in modo da indurre l’organismo ad utilizzare le riserve di grasso come fonte di energia, al posto degli zuccheri. Ma come si fa ad essere certi di essere in chetosi? È possibile misurare questa condizione? Sì, la misurazione della chetosi è possibile, attraverso l’utilizzo di appositi keto test. Questi strumenti, però, vanno usati con intelligenza e soprattutto non bisogna diventarne dipendenti e ossessionati.

Cos’è e come funziona la dieta chetogenica

I test per misurare la chetosi: sangue, urine e respiro

Le modalità attraverso cui è possibile misurare la sussistenza e l’intensità dello stato di chetosi sono essenzialmente tre: test del sangue, test delle urine e test del respiro. Tutti sono facilmente reperibili in farmacia e possono essere fatti a casa propria.

Il keto test ematico misura direttamente la quantità di chetoni presenti nel sangue (cioè l’elemento fondante della chetosi). Basta pungersi la punta del dito (come nei test dell’insulina per diabetici) e stillare una goccia di sangue da far cadere su un’apposita striscia assorbente.

Molto semplice è anche il test delle urine. In questo caso è necessario bagnare l’apposita striscia assorbente con dell’urina. Nel giro di pochi secondi, il test si colora con intensità differente a seconda del quantitativo di corpi chetonici presenti nel liquido. È bene precisare che, con questo test, vengono conteggiati chetoni scartati dall’organismo, che ormai ne sono usciti perché espulsi proprio attraverso le urine.

Terzo metodo: il test con respiratore, dentro cui bisogna semplicemente espirare. Anche in questo caso, l’esame è molto semplici da realizzare ed è sempre basato su una misurazione indiretta, cioè la quantità di acetone presente nel respiro.

Quanto sono attendibili i test per la misurazione dei chetoni?

A questo punto, è normale chiedersi quanto siano attendibili questi test di misurazione della chetosi e quale lo sia maggiormente, anche per farsi guidare nell’acquisto. Il test più affidabile è senza dubbio quello del sangue, perché misura direttamente i chetoni presenti nel flusso ematico. Urina e respiro, invece, sono un po’ meno attendibili perché si basano su misurazioni indirette, di chetoni che sono ormai usciti dal corpo e rappresentano quindi uno scarto. C’è da dire, però, che il risultato che danno rappresenta comunque un buon punto di riferimento a fronte di una maggior facilità di utilizzo.

Consigli sulla misurazione della chetosi: quale test scegliere e come gestirla (h2)

Quindi, bilanciando la fruibilità con l’attendibilità, il test consigliabile è quello delle urine. Però, se si soffre di patologie particolari (come l’epilessia), è meglio affidarsi al test del sangue. In questo senso, la migliore indicazione non può che arrivare dal proprio specialista.

Ciò che è molto importante capire quando si parla di misurazione della chetosi è che non bisogna avere verso questi strumenti un approccio ossessivo, uguale a quello che molti hanno verso la bilancia. È bene misurare periodicamente lo stato di chetosi, soprattutto nella fase iniziale della dieta chetogenica, per sapere che percorso si sta intraprendendo. Allo stesso tempo, però, non si deve esagerare, finendo per essere dipendenti da una continua verifica della propria condizione. Il rischio, infatti, è quello di indurre un meccanismo stressante che può anche portare a frustrazioni e magari a lasciar perdere la dieta.

I motivi che impediscono di perdere peso


Dolci chetogenici, istruzioni per l'uso

Esistono davvero i dolci chetogenici? Come si preparano? In che quantità possono essere mangiati? In questo articolo viene approfondito uno degli argomenti più spinosi per chi segue una dieta low carb: il rapporto con i dolci. L’obiettivo è capire come regolarsi, per non vanificare i risultati della dieta senza però rinunciare al piacere del dolce, soprattutto nelle occasioni speciali.

La rinuncia ai dolci è uno degli scogli maggiori che si trova ad affrontare chi decide, su consiglio medico, di intraprendere un percorso di dieta chetogenica o comunque low carb. Si tratta di un ostacolo molto spesso psicologico, perché legato alla sensazione di piacere che si prova a consumare cibi ricchi di zuccheri raffinati. Un meccanismo qualificabile come una vera e propria dipendenza da zuccheri. Anche chi non sviluppa una dipendenza, però, può avvertire la voglia di concedersi un dolce di tanto in tanto. È possibile accontentare questo impulso? La risposta, in linea generale, è sì, perché esistono i cosiddetti dolci chetogenici, cioè preparati con ingredienti che escludono o minimizzano la presenza di carboidrati. È necessario, però, contestualizzare e perimetrare bene questo consumo di dolci in chetogenica, per non rischiare di vanificare tutto lo sforzo che si fa per entrare in chetosi.

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Dolci chetogenici: istruzioni per l’uso

Quindi, prima di capire come sia possibile preparare dei dolci adatti alla dieta chetogenica, è bene fare una premessa. In linea di principio, è consigliabile evitare di consumare cibi dolci, anche se low carb, soprattutto nella fase iniziale del nuovo regime alimentare. L’avvio della keto diet, infatti, è un momento molto importante e particolare, bisogna superare una barriera mentale, avallata da anni e anni di comunicazione mediatica che ha contribuito a creare alcuni falsi miti sul tema dell’alimentazione. Per avere successo con la chetogenica, è necessario reimpostare il senso di fame e di sazietà, lavorare su ciò che il corpo percepisce e richiede. In quest’ottica, il problema dei dolci chetogenici è che mandano al cervello lo stesso impulso di un dolce zuccherino. In questo modo, non liberano dalla dipendenza ma la appagano con un cibo non dannoso. Impediscono, quindi, di agire in modo profondo e definitivo, lasciando sempre aperta la possibilità di una ricaduta, di una fuga verso gli zuccheri. Ecco perché è consigliabile limitare il ricorso ai dolci chetogenici solo ad occasioni speciali, come compleanni o festività.

Che dolci si possono mangiare in chetogenica? Idee per ricette semplici e gustose

Fatta questa dovuta premessa, è arrivato il momento di capire meglio come sia possibile fare e mangiare dei dolci che siano chetogenici, cioè low carb (o meglio ancora no carb). Dolci, quindi, che non lasciano addosso sensi di colpa, perché non fanno uscire dalla chetosi. In realtà, non ci sono grandi segreti da svelare, tutti gli ingredienti necessari sono noti e disponibili in qualsiasi supermercato. Anzi, in molti casi, sono già presenti nel frigo o nella dispensa di casa. Il primo “trucco” per i keto dolci è sostituire la farina tradizionale con quella di nocciole, di mandorle, di arachidi o di cocco. Altro accorgimento necessario è quello relativo all’uso di dolcificanti: vanno ovviamente preferiti quelli a basso contenuto di zuccheri, come l’eritritolo, lo xillitolo, il sorbitolo e il maltitolo. Nessun problema, invece, per la componente di grassi: burro, olio, latte, mascarpone e panna sono ingredienti buoni per ogni dolce, sia chetogenico che tradizionale. Per guarnire e diversificare i sapori, infine, ci si può affidare alla frutta secca, alle scaglie di cioccolato fondente e agli aromi (vaniglie, rum, cacao amaro, polvere di caffè, eccetera). Ad esempio, è possibile creare della gustosa frolla per biscotti o base di cheescake amalgamando farina di nocciole, burro, aroma di vaniglia ed eritritolo. Oppure, preparare una deliziosa farcitura (da gustare anche al cucchiaio) con mascarpone, panna e cacao amaro.

I dolci chetogenici, quindi, esistono davvero e sono semplici da preparare. Questo, però, non cambia la premessa di partenza: soprattutto nella prima fase di keto diet sarebbe meglio farne a meno.

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Perché non perdo peso? Ci sono almeno 8 buoni motivi possibili

Non riuscire a perdere peso ed entrar in una fase di stallo della dieta è l’incubo di chiunque voglia dimagrire. Allo stesso tempo, però, è una cosa molto comune (e non sempre negativa). Quando si verifica lo stallo di peso è importante conoscerne le motivazioni per poter agire di conseguenza. 

Non riuscire a perdere peso è la sconfitta che spesso si trova ad affrontare chi segue una dieta. Si sale sulla bilancia e quella, implacabile, restituisce sempre gli stessi kg. Ed ecco allora che ci si ritrova al cospetto del proprio medico di fiducia o del nutrizionista a chiedere sconsolati: “Dottore, perché non riesco a perdere peso?”. Il problema è dato soprattutto dalla frustrazione che scaturisce da questa costatazione, che può sfociare nella scelta di abbandonare la dieta. Ecco perché, per un professionista che si occupa di alimentazione, è fondamentale capire la reale natura del problema e le sue eventuali motivazioni, per poter intervenire di conseguenza. 

Leggi anche: Perché non riesco a stare a dieta?

Lo stallo di peso, tra realtà e false percezioni (h2)

Innanzitutto, è bene sottolineare che lo stallo del peso (così si chiama tecnicamente la fase in cui non si riesce più a perdere peso) è un passaggio fisiologico che prima o poi si verifica quasi in tutti i percorsi dimagranti. Quindi, non c’è da allarmarsi. Inoltre, in alcuni casi, quello che appare come uno stallo del peso, in realtà, non lo è. La prima cosa da chiedersi dunque è: davvero non sto più perdendo peso e ho smesso di dimagrire? Perché invece si potrebbe essere vittima solo di una falsa percezione, magari dovuta a due errori molto diffusi: aspettative eccessive e troppo potere dato alla bilancia.

Per quanto riguarda le aspettative, spesso si tende ad immagine il percorso di dimagrimento come una linea retta, perennemente in discesa. La realtà è molto diversa, perché ogni dieta è fatta di momenti in cui si perde parecchio peso, fasi in cui si scende meno velocemente, settimane di stallo e addirittura, a volte, piccole risalite. È tutto assolutamente normale. Bisogna avere pazienza e non farsi prende dallo scoramento.

Altro tema, invece, è quello del ruolo della bilancia, uno degli oggetti più sopravvalutati di sempre. Quando si è a dieta bisognerebbe nasconderla. Ciò che dice la bilancia, infatti, non è e non può essere legge. Il motivo è molto semplice: ci dice quanti kg pesiamo ma non ci dice come siamo fatti. Quindi, ad esempio, se si sta realizzando un virtuoso percorso di ricomposizione corporea (più massa magra e meno massa grassa) sulla bilancia si potrebbe risultare invariati o addirittura in aumento di peso. Ecco allora che diventa fondamentale accostare alla bilancia altre valutazioni, come l’impedenziometria. E bisogna sempre ricordarsi che il peso non è l’obiettivo della dieta ma solo un segnale di come si sta procedendo verso il traguardo (cioè l benessere psicofisico).

Leggi di più sulla valutazione della composizione corporea

8 ragioni che non fanno perdere peso (h2)

In alcuni casi, però, lo stallo è reale (soprattutto se dura da almeno 4 settimane). Questo significa che si è davvero smesso di perdere peso e quindi si sta sbagliando qualcosa nell’alimentazione. Di seguito, le motivazioni più comuni che bloccano la perdita di peso in chi segue una dieta chetogenica.

  • Non si è attivato il meccanismo di chetosi, a causa di un consumo eccessivo ma involontario di carboidrati (oltre i 20 grammi netti al giorno)
  • Ci si trova in uno stato di chetogenica intermittente, cioè si entra e si esce dalla chetosi, magari perché ci si concedono frequenti “sgarri”
  • Si sta mangiando troppo, anche se si tratta di cibi permessi dalla keto (il corpo ha bisogno comunque di smaltirli)
  • Si consumano dosi eccessive di frutta secca (come noci e mandorle) e di formaggi, che sono consentiti dalla keto diet, ma con moderazione, soprattutto nella fase iniziale
  • Si eccede con salse e condimenti, anche questi concessi ma sotto controllo
  • Il sangue presenta alti livelli di cortisolo, come succede nei periodi di stress o in cui si dorme poco, si saltano i pasti o ci si allena troppo
  • Si fa poca attività fisica
  • Esistono patologie pregresse, per le quali si assumono specifici farmaci e integratori

Leggi anche l’approfondimento sulla dietoterapia


Sconfiggere l’obesità con la dieta chetogenica

Il legame tra dieta chetogenica e obesità non è una novità ma un dato strutturale. La keto diet, infatti, nasce proprio come alimentazione pensata per coloro che devono perdere molto peso e riacquistare una buona salute. Vediamo quali sono i benefici della dieta chetogenica e come possono aiutare le persone obese. 

Può la dieta chetogenica aiutare a sconfiggere l’obesità? La risposta è netta e sicura: sì. Questo regime alimentare, infatti, ha tutte le caratteristiche in regola per supportare le persone obese nel percorso di dimagrimento. È pratica, efficace e sostenibile, perché spegne il senso di fame, aggredisce le riserve di grasso e stabilizza alcuni parametri fondamentali per la salute (come glicemia e insulina). L’importante, però, è non intraprenderlo da autodidatti ma farsi seguire da un professionista.

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Obesità e keto diet, un legame forte fin dall’inizio della storia

Tra l’altro, il legame tra keto diet e lotta all’obesità ha una dimensione storica e non è un “invenzione” di tempi recenti. Anzi, si potrebbe facilmente sostenere che l’alimentazione keto è nata proprio in un’ottica antiobesità. Infatti, il primo a parlare di regime alimentare chetogenico fu William Bating, imprenditore britannico della prima metà del 1800, fin da giovane in lotta con un peso eccessivo. Stanco di saltare da una dieta e l’altra, senza risultati significativi, Banting, in accordo con il suo medico personale, decise di iniziare un regime alimentare insolito, con molti grassi e pochissimi carboidrati. A dispetto di ogni scetticismo, i risultati furono sorprendenti e quella dieta iniziata quasi per caso divenne un libro: Letter on Corpulence, adressed to the public (1863). L’iniziativa di Banting e del suo medico fu poi ripresa, oltre un secolo dopo, dal Dottor Atkins, cardiologo statunitense, ideatore dell’omonima dieta Atkins. Infine, in anni più recenti, il lavoro di Atking fu approfondito dal Dr. Eric Westman e dal Dr. Yancy, sfociando nella keto diet. 

Perché la dieta chetogenica può aiutare le persone obese: tutti i benefici

Se il legame tra chetogenica e obesità è così risalente e ha resistito allo scorrere dei secoli, evidentemente è radicato in precisi elementi scientifici, che è bene conoscere. Detto in altri termini: quali sono gli effetti benefici che la keto diet produce e che la rendono ottima per supportare le persone obese nel percorso di dimagrimento? Se ne possono evidenziare essenzialmente tre (già accennati in precedenza): riduzione dell’appetito, consumo delle riserve di grasso (preservando la massa magra), stabilizzazione dei parametri cardiaci e metabolici.

Partiamo dal primo: la keto diet riduce il senso di fame, che è responsabile della maggior parte delle frustrazioni di chi non riesce a stare a dieta. La sensazione di aver bisogno di cibo, infatti, è prodotta essenzialmente dai carboidrati, che generano una fortissima dipendenza, che non ha nulla da invidiare a quella che innescano l’alcol o le droghe. Azzerando i carboidrati, quindi, si spegne anche la fame o quantomeno la si rende molto più controllabile. 

Il secondo vantaggio della dieta chetogenica per chi soffre di obesità è la chetosi, cioè il meccanismo che ne è alla base. Quando l’organismo non ha a disposizione carboidrati per produrre l’energia di cui ha bisogno, si organizza per utilizzare i grassi, aggredendo le riserve presenti nel corpo. Questa, quindi, è la chetosi: un processo fisiologico che porta a bruciare i grassi. Viene invece completamente preservata la massa magra, che quindi acquista maggiore rilevanza (in percentuale) rispetto a quella grasso, dando vita alla cosiddetta ricomposizione corporea (che porta ulteriori effetti positivi).

Il terzo (ma non meno importante) beneficio dell’alimentazione keto è la stabilizzazione di alcuni parametri legati al lavoro del cuore e del metabolismo. Ad esempio, la chetogenica permette di tenere sotto controllo glicemia e insulina, così come i livelli ormonali (in particolare nelle donne). 

Dimagrire mangiando grassi, il principio della dieta chetogenica


Dimagrire mangiando grassi? Incredibile ma vero, con la dieta chetogenica

Bruciare i grassi mangiando grassi. È questo il principio che sta alla base della dieta chetogenica e che smentisce la diffusa idea che una dieta, per funzionare, debba essere praticamente priva di grassi. Quindi dimagrire mangiando grassi è possibile e la ragione sta in un processo fisiologico che si attiva nel corpo umano, chiamato chetosi. 

Di solito, quando ci si mette a dieta, soprattutto se si procede con soluzioni “fai da te” (sempre sconsigliabili), il primo obiettivo che si persegue è la drastica riduzione dei grassi. L’idea comune, infatti, è che per dimagrire, cioè per perdere grassi, bisogna evitare di mangiare cibi che ne contengano. La chetogenica, invece, è un regime alimentare che si basa su un principio diametralmente opposto: per bruciare grassi bisogna mangiare grassi. Detto in altre parole: i grassi fanno dimagrire. Ovviamente, questa affermazione non va presa come valore assoluto e soprattutto va contestualizzata nel quadro di un piano alimentare redatto da uno specialista in nutrizione. Non si tratta, però, di una convinzione strampalata campata in aria ma di una precisa evidenza scientifica.

Mangiare grassi per bruciare grassi: la chetosi

 La chiave di tutto è la chetosi (su cui è possibile leggere qui un approfondimento), cioè quel meccanismo fisiologico grazie al quale il corpo umano brucia i grassi per produrre l’energia che gli serve (trasformandoli in acidi grassi e poi in chetoni). La chetosi non è una condizione normale per l’organismo, perché di solito ad essere utilizzati per avere energia sono gli zuccheri. Quando però questi ultimi scarseggiano, il corpo è costretto ad aggredire le riserve di grasso. La dieta chetogenica si pone come obiettivo proprio la creazione di questa situazione di scarsità di zuccheri. In che modo? Minimizzando il consumo di carboidrati, che ne sono la fonte principale nell’alimentazione. In keto diet, infatti, sono consentiti solo 20 grammi di carboidrati netti al giorno (ecco perché è annoverabile tra le diete low carb). Questo drastico abbassamento degli zuccheri disponibili spinge l’organismo ad entrare in chetosi nel giro di poco tempo, ed è così che le riserve di grasso vengono attaccate. Per questo motivo, una dieta chetogenica ben fatta non porta solo a una riduzione del peso ma a una vera e propria ricomposizione corporea, con una diminuzione della percentuale di massa grassa e un aumento di quella di massa magra. Oltre alla chetosi, però, ci sono anche almeno altre due motivazioni che rendono i grassi degli ottimi alleati di chi sta a dieta. La prima ha a che fare con il loro sapore: nella maggior parte dei casi, i cibi che contengono grassi sono gustosi, hanno sapore e ne danno agli altri alimenti. In secondo luogo, i grassi saziano, quindi aiutano a contrastare il senso di fame.

Dimagrire con i grassi: sì, ma quali?

A questo punto, è lecito chiedersi quali siano i grassi che realizzando questo effetto “dimagrante”. La risposta è semplice: in chetogenica tutti i grassi sono consentiti, compresi quelli che normalmente godono di una brutta (e ingiustificata) fama, come il burro. Alcuni, come l’olio di oliva e quello di cocco si prestano molto bene per la cottura dei cibi o per il loro condimento. Al contrario, bisognerebbe invece evitare l’utilizzo di grassi di semi raffinati e margarine. C’è poi una lunga lista di alimenti ad alto contenuto di grassi, che d solito le diete bandiscono e che invece la chetogenica permette di consumare: uova, formaggi, carne di maiale, eccetera. Insomma, la dieta chetogenica non manca certo di piacere.

La chetogenica a tavola: alimenti consentiti e vietati


Ketoflu in 3 domande: tutto quello che c’è da sapere sull’influenza chetogenica

La ketoflu, o influenza chetogenica, è un insieme di sintomi associato all’inizio della ketodiet e del processo di chetosi. Si tratta di disturbi fastidiosi ma non preoccupanti, che possono essere annoverati tra gli effetti collaterali di un’alimentazione chetogenica. Nulla di grave, ma che si può contrastare con qualche semplice rimedio. 

Per la maggior parte delle persone, scegliere di iniziare un’alimentazione chetogenica significa affrontare una trasformazione davvero radicale nel proprio modo di mangiare. Culturalmente, infatti, viviamo immersi in un contesto che dà grande peso ai carboidrati. Basta pensare a quanta pasta e quanto pane finiscono quotidianamente sulle tavole di milioni di italiani. La ketodiet, invece, essendo una dieta rigorosamente low carb, richiede il drastico abbassamento di questo consumo, addirittura fino ad un massimo di 20 grammi di carboidrati netti assunti in un giorno. Questo passaggio impone al corpo un cambiamento nella scelta della fonte di energia utilizzata: non più gli zuccheri ma i grassi (chetosi). Un cambio che, però, richiede anche adattamento e può non essere completamente asintomatico.

I vantaggi di una dieta low carb

Cos’è la ketoflu?

Il termine ketoflu, traducibile in italiano come influenza chetogenica, indica proprio quell’insieme di disturbi che il fisico avverte quando entra in chetosi. I principali sintomi di questo malessere sono:

  • stanchezza generalizzata;
  • stitichezza (alternata a episodi di diarrea);
  • crampi muscolari;
  • mal di testa;
  • mal di ossa.

Gli effetti collaterali della dieta chetogenica

L’influenza da chetosi è pericolosa?

Ovviamente, quelli elencati non sono sintomi piacevoli. Allo stesso tempo, però, è bene specificare che la ketoflu non è affatto pericolosa. Tra l’altro, tali disturbi si manifestano solamente in una persona su tre e generalmente si tratta di donne o uomini fuori forma fisica o metabolica, molto sedentari, in condizione di sovrappeso o di obesità, o che hanno alle spalle un trascorso di diete ipocaloriche. Inoltre, questi fastidi non si verificano mai tutti insieme e sono comunque destinati a sparire nell’arco di 4 o 5 giorni. Il tema dell’influenza chetogenica, quindi, non deve destare preoccupazione in chi decide di intraprendere questo percorso alimentare e non costituisce un ostacolo. 

Come combattere l’influenza chetogenica?

Pur non essendo gravi, i sintomi della ketoflu non sono piacevoli. Quindi, è lecito chiedersi se sia possibile fare qualcosa per evitare che si manifestino. Purtroppo no, almeno in termini di prevenzione. Infatti, non si può sapere in anticipo se l’organismo reagirà con fastidio alla chetosi e con quale intensità. Ci sono, però, degli accorgimenti che possono ridurre l’impatto. In primo luogo, durante i primi giorni di ketodiet è consigliabile stare a riposo ed evitare di fare sport. Per contrastare gli abbassamenti di pressione, poi, si può abbondare un po’ con il sale da cucina (ma non se si è ipertesi o cardiopatici) oppure preparandosi del buon brodo di carne (che reintegra i liquidi persi con l’eccesso di diuresi, tipico della chetosi). Allo stesso scopo, risulta utile bere molta acqua. Contro i crampi, invece, si rivela molto efficace l’avocado, ricco di magnesio. In generale, però, la regola d’oro è sempre una: non intraprendere mai una dieta chetogenica da soli ma sempre con la consulenza di un nutrizionista. 

Cos’è la dietoterapia


Cos’è e come funziona la dietoterapia: quando l’alimentazione diventa cura

La dietoterapia indica quella pratica che identifica nella corretta alimentazione uno strumento da affiancare alla medicina per prevenire e curare diverse patologie. Un concetto poco conosciuto ma molto praticato nella realtà, perché effettivamente la dieta svolge un ruolo fondamentale per il benessere dell’organismo. Ma qual è la corretta definizione di dietoterapia? Su quali patologie è efficace? Chi può correttamente impostarla?

Seguire una corretta alimentazione aiuta a mantenersi in salute. Può sembrare un’affermazione ovvia, ma non è lo è. Troppo spesso, infatti, ci si dimentica dell’importanza di mangiare in modo salutare per mantenere sano il proprio organismo e ci si ricorda di questo connubio solo quando si iniziano ad accusare i primi problemi, come il colesterolo alto o l’ipertensione. È bene tenerlo sempre a mente: la dieta non è solo lo strumento attraverso cui attuare un miglioramento estetico ma anche e soprattutto una terapia.

Cosa si intende per dietoterapia?

Nasce da queste considerazioni il concetto di dietoterapia, cioè di corretta alimentazione utilizzata per prevenire o curare determinate malattie. Questo non significa che l’alimentazione pretende di sostituirsi alla medicina ma semplicemente si fa carico del compito di affiancarla. Ad esempio, si assumono i farmaci prescritti dal proprio medico ma si provvede anche a mangiare in modo adeguato. La sinergia tra questi due elementi rafforza le potenzialità terapeutiche. Ovviamente, il primo elemento qualificante di una dietoterapia è la sua personalizzazione. Non può esserci dieta “curativa” se non è calibrata sulla specifica situazione del paziente, e quindi costruita a partire dall’analisi della sua situazione. 

Chi si occupa di dietoterapia?

Questo rende fondamentale che a redigere il piano alimentare di una dietoterapia sia un professionista qualificato, come un dietologo o un biologo nutrizionista, evitando di percorrere soluzioni “fai da te” o di farsi tentare da formule spacciate come miracolose. Solo uno specialista, infatti, può seguire in modo completo e competente il paziente. Inizialmente, il professionista partirà dall’anamnesi alimentare e dall’indicazione degli esami e degli approfondimenti da svolgere (eseguendone direttamente alcuni). Una volta raccolte tutte le informazioni utili, potrà provvedere alla stesura della dietoterapia, fissando anche le periodiche visite di controllo. Il piano terrà conto di eventuali allergie e intolleranze così come dei gusti del paziente.

Come funziona la visita con un nutrizionista?

A cosa può servire la dietoterapia?

Le patologie che trovano nell’alimentazione un valido alleato sono molteplici. Anzi, non è errato affermare che la dietoterapia dovrebbe essere presente in qualsiasi protocollo di cura, perché ciò che si mangia (o non si mangia) non è mai indifferente per la salute. Tra le malattie che possono essere affrontate anche con la dieta, va senza dubbio menzionata l’obesità. In questo caso, infatti, la stessa natura della patologia richiede, come primo obiettivo, la perdita di peso. L’elenco, però, è molto più lungo e vi rientrano, tra le altre:

Challenge Camp: un trattamento innovativo contro l’obesità


Dieta chetogenica in menopausa? Un’ottima idea

Anche le donne over 50 entrate in menopausa possono trovare una valida alleata nella dieta chetogenica, che gli consente di tenere sotto controllo il peso e soprattutto la massa grassa, stabilizzando i livelli ormonali. Effetti benefici importanti, che consentono di migliorare la qualità della vita. Vediamo perché. 

L’ingresso nella menopausa, pur essendo un avvenimento assolutamente fisiologico, può rappresentare un passaggio critico nella vita di ogni donna, perché portatore di cambiamenti e disturbi. Infatti, in questa fase, che si verifica solitamente dopo i 50 anni, le mestruazioni si interrompono definitivamente (dopo aver rallentato il loro ritmo per un certo periodo di tempo, definito peri-menopausa). Questo avviene perché il corpo femminile smette di produrre gli ormoni della riproduzione, cioè gli estrogeni. Si tratta di un cambiamento molto importante che in molte donne non dà luogo a conseguenze particolari mentre in altre può provocare importanti effetti fisici, che devono essere gestititi con estrema attenzione. In questo caso, l’alimentazione è chiamata a giocare un ruolo chiave.

Gli effetti della menopausa sul corpo e sulla salute delle donne over 50

Ma cosa succede esattamente ad una donna in menopausa? Quali modifiche può conoscere il suo corpo e a quali rischi può andare incontro la sua salute? Ovviamente, come già sottolineato, non tutti i fisici femminili reagiscono alla menopausa allo stesso modo. Ci sono, però, dei problemi piuttosto ricorrenti:

  • aumento del peso corporeo (anche conseguente all’aumento del senso di fame);
  • aumento della massa grassa (soprattutto il grasso viscerale, localizzato sull’addome);
  • insorgenza dell’insulino resistenza (che poi può sfociare nel diabete di tipo 2);
  • maggiore esposizione alle malattie cardiovascolari.

A questi effetti si possono accompagnare poi tutta una serie di sintomi tipici, come gli sbalzi di umore, le vampate di calore, l’ansia, la depressione, la difficoltà di concentrazione, la sudorazione improvvisa. 

Hai mai sentito parlare della dipendenza da zuccheri?

I benefici della dieta chetogenica per le donne in menopausa

Per molto tempo, la risposta medica prevalente all’insorgere degli effetti negativi della menopausa è stata la terapia ormonale sostitutiva, che rende più facile e gestibile il cambiamento dei livelli di ormoni. Attualmente, però, si cerca di far ricorso a questo tipo di intervento solo nelle ipotesi di menopause con conseguenze molto marcate. Altrimenti, si cerca di intervenire in modo mirato e meno invasivo sui singoli effetti collaterali. In quest’ottica, proprio l’alimentazione rappresenta un ottimo strumento terapeutico. Seguire una dieta corretta e specifica, infatti, può aiutare le donne over 50 a soffrire meno la menopausa. In particolare, la dieta chetogenica si rivela una valida alleata. La keto diet, infatti, è in grado di dare il suo contributo positivo su tutte le principali conseguenze della menopausa. Non a caso, è una dieta molto indicata anche per altre patologie (femminili e non) legate a squilibri ormonali, come amenorrea, ovaio policistico e diabete.

Il primo effetto positivo della chetogenica è legato alla sua capacità di favorire la perdita di peso e la ricomposizione corporea, aggredendo le riserve di grasso grazie al meccanismo della chetosi ma anche alla diminuzione del senso di fame (reso più controllabile). L’altro beneficio fondamentale è il contrasto all’innalzamento dei livelli di glucosio, che comporta una stabilizzazione della produzione di insulina. Infine, consumare molti grassi “buoni” incide positivamente anche sull’equilibrio ormonale. 

Per tutte queste ragioni, la dieta chetogenica è fortemente consigliata alle donne over 50 in peri-menopausa o menopausa. L’importante, però, è rivolgersi ad un nutrizionista specializzato ed evitare il “fai da te”. 

Leggi di più sulla Dieta Chetogenica


Dieta per diabetici di tipo 2, la chetogenica è una valida alleata

Una dieta corretta aiuta i diabetici a tenere sotto controllo i livelli di glucosio nel sangue (glicemia). Attraverso la dietoterapia, quindi, si può trattare il diabete, evitando i farmaci. Ma qual è il regime alimentare migliore? Quali sono i cibi consigliati e quelli vietati per i diabetici? Una risposta la si può trovare nella dieta chetogenica e nell’alimentazione low carb.

Il diabete è una delle malattie più diffuse al mondo, caratterizzata da una iperglicemia cronica. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne soffrono quasi 350 milioni di persone, circa 4,5 milioni solo in Italia. A seconda delle cause che lo scatenano, il diabete può assumere varie forme, molto diverse tra loro:

  • Diabete mellito di tipo 1, è una patologia autoimmune ed è detto anche insulino-dipendente, in quanto provocato dalla mancanza o dalla grave insufficienza di questo ormone nel sangue, dovuta al blocco dell’operatività delle cellule pancreatiche che lo producono da parte del sistema immunitario;
  • Diabete mellito di tipo 2, detto anche non insulino-dipendente, in quanto causato da una ridotta quantità di insulina o dall’errato utilizzo del glucosio da parte delle cellule (insulino-resistenza);
  • Diabete gestazionale, legato alla gravidanza;
  • Diabete monogenico, molto simile al Tipo 2 e così chiamato perché indotto da un singolo difetto genetico;
  • Diabete secondario, che insorge come conseguenza di altre patologie che colpiscono il pancreas.

Questo approfondimento si occupa del diabete di tipo 2, che è il più diffuso (90% dei casi totali di diabete) ma anche quello più strettamente legato all’alimentazione e allo stile di vita. Seguire una dieta corretta, sotto la guida di un medico, è fondamentale per tutti coloro che soffrono di questa patologia e può consentigli di evitare l’assunzione di farmaci. Non a caso, si parla di dietoterapia per diabetici. 

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Che dieta deve seguire un diabetico di tipo 2? I principi generali

Ma quale dieta deve seguire chi soffre di diabete di tipo 2? Quando ci si confronta con malattie serie e l’alimentazione diventa una vera e propria terapia, non si può e non si deve improvvisare, perché c’è in gioco la salute. È fondamentale rivolgersi a un nutrizionista che sappia impostare una dieta equilibrata e davvero capace di contrastare l’eccesso di glicemia e quindi il diabete. In questa sede, quindi, non si vuole divulgare nessuno specifico esempio di dieta per diabetici, né predisporre piani alimentari. Quello che è giusto e possibile fare, con un approccio divulgativo, è fissare i principi generali a cui un diabetico dovrebbe attenersi per mangiare in modo sano. 

In quest’ottica, la prima cosa da fare è capire se si ha bisogno di dimagrire o meno, dato che obesità e sovrappeso aggravano o addirittura scatenano il diabete. Nel caso in cui si debba perdere qualche chilo, sarà necessario seguire una dieta ipocalorica. In caso contrario, se si è già nel proprio peso forma, non è necessario imporsi restrizioni caloriche ma solo stare attenti ad assumere gli alimenti giusti. L’importante è avere ben chiaro l’obiettivo: ridurre il carico di glucosio nel sangue.

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Gli alimenti consigliati

Di seguito, un breve elenco non esaustivo dei cibi consigliati a chi soffre di diabete mellito di tipo 2:

  • Verdure verdi o bianche;
  • Legumi (con moderazione)
  • Carne (soprattutto bianca)
  • Pesce (soprattutto azzurro)
  • Uova
  • Formaggi e latticini (con moderazione)
  • Olio di oliva o di semi
  • Poca frutta a basso contenuto di zuccheri (es: frutti di bosco scuri)

I cibi da evitare

Di seguito, invece, una lista dei cibi vietati per i diabetici, che è meglio non consumare:

  • Pane e pasta raffinati;
  • Biscotti e dolci di vario genere;
  • Merendine e cibi confezionati;
  • Frutta con alto contenuto di zuccheri (cachi, anguria, fichi, uva, ecc)
  • Bevande ricche di zuccheri
  • Bevande alcoliche

Dieta chetogenica contro il diabete, una soluzione che funziona

Le liste di alimenti appena stilate rendono evidente una cosa: la dieta chetogenica ha tutte le carte in regola per essere considerata una dieta adatta ai diabetici, proprio in un’ottica di dietoterapia. Lo confermano anche diversi studi scientifici. Questo grazie alla combinazione di due elementi: la bassa quota di carboidrati e l’alta quota di grassi. Mangiare low carb, infatti, è una pratica che serve a contrastare l’aumento del glucosio nel sangue (elemento tipico del diabete). Allo stesso tempo, mangiare una buona quantità di grassi innesca il processo di chetosi, che porta l’organismo a bruciare le riserve di lipidi come fonte di energia (al posto degli zuccheri) e quindi fa perdere peso e favorisce la ricomposizione corporea. L’importante, come al solito, è che la keto diet sia impostata e seguita da un medico specialista. 

I benefici di una dieta low carb


Dieta e insulino resistenza, qualche consiglio utile

L’insulino resistenza è una patologia che si può contrastare con una corretta alimentazione e seguendo i principi della dieta chetogenica: pochi carboidrati e molti grassi. La keto diet, infatti, permette di mantenere bassi i livelli di glicemia e conseguentemente non stimola la produzione di insulina. In questo articolo, un breve approfondimento sull’insulino resistenza e i consigli su cosa mangiare e cosa evitare se si soffre di questo disturbo. 

Quando si parla di corretta alimentazione e di perdita di peso, si deve necessariamente tenere in considerazione il ruolo centrale svolto dall’insulina, l’ormone responsabile del trasporto del glucosio nel corpo e che regola il quantitativo di zuccheri presente nel sangue. Infatti, dietro i meccanismi che portano ad un consumo eccesivo di cibi raffinati e quindi ad una dipendenza da zuccheri c’è proprio un surplus di produzione di insulina da parte del pancreas. Inoltre, l’insulina può rivelarsi responsabile dell’insorgere di patologie anche serie, come il diabete. Quando si inizia un nuovo regime alimentare, quindi, bisogna prestare particolare attenzione ai livelli di questo ormone e alla loro variazione nel tempo. Sia perché l’insulina potrebbe vanificare gli sforzi, sia perché migliorare la propria dieta può aiutare nella gestione della stessa. È il caso, ad esempio, di chi soffre di insulino resistenza. 

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Cos’è l’insulino resistenza?

L’insulino resistenza può essere descritta come quella condizione in cui le cellule del corpo sono meno sensibili all’azione dell’insulina. Questa situazione comporta la diminuzione della quantità di glucosio (e quindi di energia) che penetra nelle cellule e un aumento della glicemia, a cui il pancreas risponde producendo ancor più insulina e dando vita ad un pericoloso circolo vizioso, che può portare anche allo sviluppo del diabete di tipo 2. Quali siano le cause di questo processo patologico non è ancora del tutto chiaro. Di sicuro, però, si tratta di un disturbo multifattoriale, in cui giocano un ruolo importante l’obesità e la presenza nel corpo di abbondante tessuto adiposo. Molto influenti, però, sono anche i fattori genetici e quelli etnici. I sintomi più frequenti che consentono di riconoscerla sono:

  • sonnolenza;
  • frequente senso di fame;
  • difficoltà di concentrazione;
  • pressione alta. 

L’importanza della dieta per chi soffre di insulino resistenza: cosa deve mangiare

In chi soffre di insulino resistenza, quindi, è fondamentale riuscire a tenere sotto controllo i livelli di glucosio nel sangue (glicemia). Un risultato che può essere raggiunto anche con il supporto di una dieta adeguata, stilata da un nutrizionista professionista, unita a una moderata attività fisica. La regola generale intorno a cui costruire il piano alimentare è semplice: prediligere cibi a basso indice glicemico. Inoltre, è bene assicurarsi un buon apporto di grassi saturi e di proteine, mentre vanno consumati pochi carboidrati, prediligendo magari quelli proveniente da cereali integrali.

Gli alimenti consigliati

Di seguito, un breve elenco non esaustivo dei cibi consigliati a chi soffre di insulino resistenza:

  • Verdure verde o bianca;
  • Carne e pesce (soprattutto azzurro)
  • Uova
  • Formaggi e latticini (con moderazione)
  • Poca frutta a basso contenuto di zuccheri (es: frutti di bosco scuri).

I cibi da evitare

Ancora più importante, però, è la lista (sempre non esaustiva) dei cibi vietati, che è meglio non consumare:

  • Pane e pasta raffinati;
  • Biscotti e dolci di vario genere;
  • Merendine e cibi confezionati;
  • Frutta con alto contenuto di zuccheri (cachi, anguria, fichi, uva, ecc)

Rinunciare ai carboidrati fa bene

Alimentazione chetogenica e insulino resistenza: una buona idea

Alla luce di quanto detto finora, appare evidente come uno dei regimi alimentari che meglio si presta ad essere adottato da chi soffre di insulino resistenza è la dieta chetogenica, grazie al suo approccio low carb e all’alta percentuale di grassi che richiede di consumare. La keto diet, infatti, riducendo al minimo i carboidrati assunti durante la giornata (20 grammi al netto delle fibre) contrasta l’innalzamento dei livelli di glucosio e quindi non incentiva la produzione di insulina da parte del pancreas. Allo stesso tempo, grazie all’assunzione di grassi, innesca il processo di chetosi, che permette alle cellule di “bruciare” i lipidi per ottenere energia. La conseguente perdita di massa grassa apporta ulteriori benefici a chi soffre di resistenza insulinica. 

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