3 testimonianze (vere) sulla dieta chetogenica

Per chi vuole iniziare il percorso della dieta chetogenica, è molto importante ascoltare la testimonianza di donne e uomini che hanno fatto la stessa scelta qualche tempo fa, senza pentirsene mai. Parole come quelle di Giada, Michela e Valentina sono il miglior biglietto da visita per la keto diet.

Intraprendere il percorso della dieta chetogenica significa adottare un nuovo stile di vita, in cui l’alimentazione quotidiana viene liberata da molti falsi miti e assume nuove forme. Ed è proprio questa rivoluzione che rende il protocollo chetogenico così efficace ma anche un po’ ostico, soprattutto nelle fasi iniziali. Per supportare chi sceglie questa strada, quindi, può rivelarsi molto utile il confronto con persone che ci sono già passate, che hanno introdotto la dieta chetogenica nella loro vita e non l’hanno più abbandonata, perché hanno guadagnato salute e serenità. Stai pensando di iniziare a mangiare keto ma pensi di avere bisogno di un piccolo incoraggiamento? Lascia che a dartelo siano Giada, Michela e Valentina, tre persone “in carne e ossa” che hanno deciso di portare in questo articolo le loro testimonianze sulla dieta chetogernica.

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Valentina, una vita a dieta (senza risultati)

Il rapporto tra Valentina e le diete inizia molto presto. “Fin da bambina”, racconta “sono sempre stata un po’ sovrappeso e, anche se per me non era un grosso problema, a 15 anni ho iniziato la prima dieta, a cui sono seguite molte altre”. Nonostante i sacrifici, però, i risultati non arrivano. Ad un certo punto, ai chilogrammi di troppo si aggiunge anche una seria patologia: la steatosi epatica (il cosiddetto “fegato grasso”), conseguenza di un’intossicazione dovuta ad un farmaco. A questo punto, la dieta non è più solo un modo per rimettersi in forma ma una vera e propria terapia. Valentina inizia a seguire un’alimentazione con pochissimi grassi, perdendo ben 14 kg ma senza miglioramenti per il suo fegato. Per non parlare della sfera emotiva, totalmente fiaccata da una dieta estenuante. Uno sforzo difficile da reggere a lungo e, per questo motivo, a poco a poco, lei si lascia andare, ricominciando ad ingrassare, fino a toccare il peso record di 96 kg (su 1,75 metri di altezza), a soli 30 anni. È il 2019 e arriva un momento di svolta: l’incontro con la dieta chetogenica. L’impatto non è semplice: una dieta ricca di grassi e povera di carboidrati è l’esatto opposto di ciò che le hanno proposto per anni. Eppure, funziona. “Seguendo delle semplici regole”, spiega Valentina, “ho riscoperto il mio corpo pieno di energia e l’ho visto iniziare a trasformarsi; perdevo circa 700 gr di grasso corporeo a settimana e la fatica è stata relativa, visto che non dovevo pesare niente e mangiavo cibi gustosi e saporiti, purché privi di zucchero”. Una vera rinascita, che la porta a perdere ben 26 kg in soli 9 mesi. “Ora seguo una dieta a basso contenuto di carboidrati”, conclude, “e mi sento padrona del mio corpo, della mia mente e anche del mio stomaco!”.

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Michela, la rivoluzione alimentare non ha età

Chi lo ha detto che esiste un limite di età per ritrovare l’armonia con il proprio corpo? La storia di Michela è qui a dimostrare il contrario. Per lei, infatti, la scoperta della dieta chetogenica arriva quando la soglia dei fatidici 50 anni è stata superata da un po’. Eppure, nulla inficia la bontà dei risultati. “Ho iniziato questo percorso nel settembre del 2022”, racconta, “e alla prima visita nutrizionale la bilancia ha fatto segnare un peso di oltre 96 kg". Oggi, invece, i chilogrammi sono solo 68, ben 28 in meno. In mezzo, ci sono mesi di una vera e propria rivoluzione alimentare, che le ha richiesto sicuramente molto impegno ma le ha anche dato molte soddisfazioni.

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Giada e l’esperienza della chetogenica con cibo vero

La storia di Giada, invece, è quella di un doppio incontro con la dieta chetogenica, il primo fallimentare, il secondo di successo. Una dimostrazione che, nell’alimentazione come in molte altre cose nella vita, non conta solo fare le cose, ma anche il metodo. Tutto inizia quando Giada decide di dare una svolta al proprio corpo: è giovane e bella, ma la sua salute è messa in percolo da una forte obesità. Il primo tentativo di dimagrimento lo fa con una dieta chetogenica realizzata ricorrendo a prodotti sostitutivi (polveri, spuntini, pasti pronti). Inizialmente, i risultati sembrano incoraggianti e Giada perde molti chilogrammi, anche fino a 30. Purtroppo, però, li riprende altrettanto velocemente, andando su e giù con il più classico degli effetti yo-yo. Inoltre, ad un certo punto, il corpo inizia a rifiutare completamente i pasti sostitutivi. E Giada va in crisi, arrivando ad avere addosso 40 kg in più rispetto al suo peso forma. A cambiarle l’orizzonte è l’approccio alla chetogenica fatta consumando solo cibo vero. È la chiave di volta che le permette di cambiare davvero mentalità e rapporto con il cibo e di conquistare risultati finalmente duraturi. Oggi, infatti, è nel suo normopeso. Ed è felice.

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Dipendenza da cibo, come riconoscerla e come uscirne

La dipendenza alimentare colpisce milioni di persone in tutto il mondo, arrivando anche a causare problemi di salute. Riconoscerne i sintomi è il primo passo per combatterla in modo efficace ed uscirne. Bisogna però essere pronti a fare scelte radicali.

Nel linguaggio comune, tendiamo ad associare il concetto di dipendenza a sostanze capaci di alterare le nostre percezioni, come le droghe, l’alcol e il fumo, oppure ad attività in grado di suscitarci sensazioni incontrollabili, come il gioco d’azzardo. Molto meno diffusa, invece, è l’idea che si possa essere dipendenti dal cibo. Eppure, le dipendenze alimentari sono ormai ampiamente oggetto di studio in medicina e psicoterapia e, secondo le stime più attendibili, interessano milioni di persone in tutto il mondo, soprattutto nei paesi più ricchi, dove il cibo è reperibile in abbondanza e facilmente. E molto spesso, chi ne soffre fatica a rendersene conto. Per questo motivo, è molto importante fare divulgazione scientifica su questo delicato argomento, che è legato strettamente anche alla diffusione di condizioni di sovrappeso e obesità e delle patologie correlate (diabete, colesterolemia, ipertensione, insulino resistenza, eccetera). Quindi, in questo approfondimento, proveremo a tracciare i contorni della dipendenza da cibo, indagandone anche le cause principali, i sintomi che la rendono riconoscibile e le possibili soluzioni per uscirne.

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Cosa si intende per dipendenza da cibo

Sotto il profilo della definizione di questo fenomeno, è possibile collocare la dipendenza da cibo tra le cosiddette dipendenze comportamentali, cioè quelle che portano a reiterare determinati comportamenti. Nello specifico, chi soffre di questo disturbo tende a mangiare in modo incontrollato, andando anche incontro a fenomeni di fame emotiva, come quella notturna. Ed è proprio l’emotività una delle chiavi per capire il fenomeno. Solitamente, infatti, le dipendenze alimentari tendono a focalizzarsi su cibi ben precisi, cioè quelli ricchi di zuccheri, perché sono quelli in grado di attivare i meccanismi di ricompensa del cervello, tipici di tutte le forme di dipendenza. In questo senso, la dipendenza da cibo si differenzia dal binge eating disorder, cioè il disturbo da alimentazione incontrollata, in cui non ci sono dei cibi “prediletti”. E c’è differenza anche rispetto ad altri disturbi alimentari, come anoressia e bulimia, che portano chi ne soffre ad attivare meccanismi di compensazione (come il vomito indotto), assenti invece nella dipendenza da cibo.

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Riconoscere la dipendenza dal cibo: i sintomi principali

Osservare il proprio rapporto con il cibo è la prima cosa da fare per rendersi conto se si è a rischio di dipendenza. Esistono, infatti, dei campanelli di allarme, che possono essere considerati dei veri e propri sintomi di questo disturbo. Si tratta di spie comportamentali mutuate dai 13 criteri diagnostici delle dipendenze, codificati dall’ American Psychiatric Association nella sua pubblicazione decennale intitolata Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders.

Ecco quelli più rilevanti:

  • si avverte un fortissimo desiderio di un cibo specifico;
  • una volta iniziato a mangiare, si ha difficoltà fermarsi;
  • non si è capaci di darsi dei limiti facendo leva solo sulla buona volontà;
  • si è consapevoli della dannosità per la salute del proprio comportamento, ma non si è in grado di evitarlo.

Ecco la lista dei cibi che saziano

Industria alimentare, cibi raffinati, stati d’animo: dove risiedono le cause della dipendenza

Ma da dove nasce questo desiderio incontrollabile di cibo? Quali sono le cause di questo tipo di dipendenza? Per rispondere a queste cruciali domande bisogna distinguere tra i meccanismi fisiologici che spiegano scientificamente il fenomeno delle dipendenze e le cause esterne che favoriscono proprio questi meccanismi.

Cominciamo dal primo punto. Quando mangiamo cibi che danno dipendenza (tipicamente quelli ricchi di zuccheri, soprattutto raffinati), le papille gustative presenti sulla lingua inviano impulsi al cervello attivando i cosiddetti meccanismi di ricompensa. Si innesca, cioè, la produzione di dopamina e di altri ormoni, che sono associati a sensazioni di benessere. Se si esagera nel consumare questi alimenti, i recettori della dopamina sono eccessivamente stimolati e cominciano a funzionare male, favorendo assuefazione e perdita di controllo. C’è poi da tenere in considerazione il ruolo di un altro ormone, l’insulina, che regola la presenza di glucosio nel sangue e che viene prodotta in elevate quantità in corrispondenza dei picchi glicemici (provocati dalle abbuffate di zuccheri), a cui fanno seguito fasi di ipoglicemia che scatenano ulteriore fame.

A questo punto, però, è necessario fare un passo ulteriore e capire perché capita di rifugiarsi nel cibo tanto da diventarne dipendenti. Le ragioni sono molteplici. Un ruolo importante lo giocano sicuramente stress e stati d’animo particolari. Noia, tristezza, stanchezza, sono tutte condizioni che possono portare una persona a cercare conforto nei propri alimenti preferiti. Bisogna poi considerare l’influenza delle cattive abitudini alimentari e dell’industria del cibo. Carboidrati e zuccheri, principali indiziati della dipendenza, sono ampiamente presenti in molti prodotti che affollano gli scaffali dei supermercati e a cui le aziende produttrici dedicano un marketing selvaggio. Tutti elementi di un circolo vizioso difficile da spezzare.

Hai mai sentito parlare di ricomposizione corporea?

Come uscire dalla dipendenza da cibo: le possibili soluzioni

Difficile, ma non impossibile. La liberazione dalla dipendenza alimentare, infatti, si può ottenere. A patto, però, di riconoscerla come tale e di accettare l’idea che per uscirne servono soluzioni radicali. Serve, cioè, cambiare completamente il proprio modo di mangiare, le proprie abitudini alimentari, liberandosi anche di molti falsi miti. In questo senso, la dieta chetogenica (o comunque un’alimentazione low carb) può rivelarsi di grande aiuto, perché elimina quasi completamente proprio quei cibi che svolgono meglio il ruolo di alimento rifugio e causano maggiore desiderio. Questo significa anche rieducarsi a fare la spesa e a cucinare, prediligendo il cibo vero e non quello confezionato. Sicuramente, soprattutto in una prima fase, si tratta di un investimento importante in termine di energie e tempo, ma che viene ampiamente ripagato con salute e libertà.

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non riprendere peso

Come fare per non riprendere peso dopo una dieta?

Esiste una strategia per non riprendere i chili persi dopo essere stati a dieta? Cosa bisogna fare per non vedere la bilancia che torna a salire? La cosa migliore è scegliere con cura il regime alimentare a cui affidarsi per perdere peso. Diete troppo restrittive, infatti, portano spesso risultati deludenti. Più efficaci, invece, sono i regimi alimentari che impongono un cambio di mentalità e spezzano i meccanismi di dipendenza dal cibo.

Perdere peso non è facile, ma spesso la vera sfida arriva alla fine della dieta, quando si è chiamati a mantenere i risultati raggiunti, per non recuperare i chili smaltiti, magari addirittura con gli interessi. La fase di mantenimento, quindi, è forse più importante di quella di dimagrimento. È così che una volta conquistato l’obiettivo tanto agognato ci si ritrova a chiedersi: “ora come faccio ad evitare di riprendere peso?”. Per fortuna, questa domanda ha una risposta. L’ideale, però, sarebbe porsela all’inizio del percorso dimagrante e non al termine. Perché il vero discrimine tra chi riesce a non riprendere peso e chi invece capitola sta proprio nella dieta che si sceglie di fare.

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Diete restrittive di breve periodo e regimi alimentari di lungo periodo

La maggior parte delle persone, infatti, ha fretta di buttare via i chili di troppo e per riuscirci è disposta a sacrificarsi con diete molto restrittive. Si tratta di piani alimentari incentrati sul taglio delle calorie, che sforbiciano in maniera drastica l’introito giornaliero di cibo. In questo tipo di approccio, tutta l’attenzione e gli sforzi vengono concentrati su quante calorie si mangiano più che sulla costruzione di un nuovo modo di mangiare. Gli esiti, però, sono spesso poco incoraggianti. In molti casi, lo forzo richiesto è tale da risultare insostenibile e porta all’abbandono del tentativo dopo poche settimane, se non giorni. Chi riesce invece a tenere duro, si ritrova inizialmente appagato da risultati effettivamente molto significativi e veloci. Bisognerebbe però interrogarsi di più sulla qualità di questi risultati. E soprattutto sulla loro durata nel tempo. Quasi sempre, infatti, nel giro di poco tempo dalla fine della dieta, la bilancia torna a mostrare il peso di partenza, se non uno più alto. Come è possibile? Le ragioni sono molteplici, sia fisiche che mentali. In linea generale, però, si può affermare che il corpo, costretto a subire un lungo tempo una situazione di carestia, nel momento in cui torna ad avere sufficiente quantità di nutrimento, reagisce creando dei depositi, delle scorte, per essere pronto a fronteggiare nuove ristrettezze. In sostanza, metabolismo e mente vanno in crisi.

Il fenomeno è stato ben osservato già diversi decenni fa, con un esperimento ideato Ancel Keys, biologo e fisiologo statunitense. Lo studioso reclutò un gruppo di uomini a cui fece osservare, per sei mesi, una dieta estremamente restrittiva (metà del loro fabbisogno quotidiano) abbinata a esercizio fisico intenso, a cui poi seguirono altri sei mesi di regime alimentare libero. Risultato? Nel primo semestre, ciascun partecipante all’esperimento perso circa il 25% del proprio peso; nel secondo semestre, i chili furono tutti recuperati e ognuno chiuse con un +10% sulla bilancia.

Questo non accade se si opta, fin da subito, per una dieta che non affama ma muta radicalmente le abitudini alimentari dannose. Cioè proprio quello che avviene con la dieta chetogenica, che abbandona il concetto di caloria, focalizzandosi su un vero e proprio processo di rieducazione alimentare, che potenzialmente può essere protratto per tutta la vita.

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Liberarsi dei cibi che danno dipendenza

Una delle ragioni del successo e della sostenibilità sul lungo periodo dell’alimentazione chetogenica risiede nella sua capacità di liberare chi la segue da forme di dipendenza alimentare, che sono spesso la causa dell’aumento di peso o dell’incapacità a perderlo. Si tratta, in particolare, della dipendenza da tutti gli alimenti ricchi di carboidrati, che spesso sono considerati ammessi, anche se con moderazione, nelle diete restrittive. Ebbene sì, i carboidrati (e specialmente gli zuccheri) danno dipendenza, perché innescano dei meccanismi fisiologici, legati al ruolo dell’insulina, che stimolano la fame (anche sotto forma di vero e proprio disturbo, come la fame notturna o la fame nervosa). Azzerare o quasi i carboidrati ingeriti, quindi, da una parte costringe il corpo a bruciare i grassi per ottenere energia, favorendo il dimagrimento, dall’altra parte riduce l’appetito e rende qualsiasi dieta più gestibile. Far sparire i carboidrati dalla propria tavola, però, non è facile. Significa abolire pasta, pane, pizza, biscotti di ogni genere ma anche la maggior parte della frutta e molte verdure. Una vera e propria rivoluzione, soprattutto se si è cresciuti con il mito della dieta mediterranea. Senza contare poi l’elevata quantità di zuccheri che sono contenuti nei cibi raffinati, a cui quasi tutti fanno ricorso, in una società in cui il tempo da dedicare alla spesa e alla cucina è sempre meno. Anche la presenza nella dieta di questi alimenti dovrebbe essere ridotta al minimo, mentre andrebbe prediletto il cosiddetto cibo vero, come la carne, il pesce o le uova. Un impegno che può apparire arduo ma che paga proprio nel lungo termine, migliorando salute e benessere.

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