Pietro Mignano, Obesità e farmaci, quanto sono utili realmente?

Obesità e farmaci, quanto sono utili realmente?

In Italia, 1 persona su 10 è affetta da obesità e attualmente si registrano casi in forte aumento, anche in seguito al lockdown. È una malattia ed è ormai considerata una vera e propria pandemia a livello globale e rappresenta un fattore di rischio importante per molte patologie: malattie cardiovascolari, metaboliche, insufficienza respiratoria, malattie delle ossa, articolazioni e malattie tumorali. Il cammino verso le complicanze è subdolo perché silenzioso e spesso non percepito. L’approccio terapeutico è complesso e spesso non risolvente, soprattutto a lungo termine. Il problema spesso inizia dall’infanzia: ormai 1 bambino italiano su 3 è sovrappeso e 1 su 4 è obeso.

Cos’è l’obesità e come si affronta

L’obesità è una condizione clinica caratterizzata da un accumulo eccessivo di grasso corporeo ed è determinata da una complessa interazione di numerosi fattori tra i quali la genetica, il comportamento, l’ambiente, fattori medici, le vie del sistema nervoso centrale (SNC) e i segnali periferici. Tali fattori sono stati indicati come elementi che contribuiscono all’epidemia di obesità.

Data la patogenesi multifattoriale dell’obesità, ne deriva che il suo trattamento prevede un approccio integrato fra varie modalità d’intervento.

Il primo e fondamentale criterio per risolvere il problema deve essere il cambiamento nello stile di vita, che poggia le sue fondamenta sulle modificazioni permanenti delle abitudini alimentari. Il secondo, imprescindibile tassello, è rappresentato dalla terapia comportamentale, che offre strumenti per vincere le resistenze nei confronti di programmi di perdita di peso e dell’attività fisica. Le tecniche comportamentali specifiche portano ad una corretta ristrutturazione cognitiva nonché ad una corretta gestione di situazioni stressanti, delle contingenze e degli stimoli. Il supporto psicologico e sociale deve essere effettuato sempre e soprattutto in caso di storia di ripetuti fallimenti, bulimia nervosa o binge eating disorder, pregressi disturbi psichiatrici e sintomi di depressione. L’obesità, quindi, se non trattata adeguatamente con un approccio multidisciplinare rischia di ripresentarsi e di assumere tutte le caratteristiche di una patologia cronica.

Farmaci contro l’obesità (?)

Purtroppo, la mancanza di volontà, la fretta del risultato e la paura di non farcela creano delle ansie che la maggioranza delle persone vuole superare con l’ausilio della “pillolamagica”. Del resto, viviamo nella società del rimedio farmacologico a tutto, dall’impotenza alla timidezza. Eppure, per il dimagrimento non esistono facili scorciatoie. Praticamente tutti i farmaci usati per il dimagrimento hanno un rischio di rebound (ricaduta) dell’85-90%, quindi, una volta sospesa la terapia farmacologica, solo un 10-15% delle persone riesce a mantenere tutti o perlomeno una parte dei risultati ottenuti; la maggioranza ha invece un rimbalzo ponderale che in tempi più o meno lunghi riporta non solo al peso di partenza, ma addirittura ad accumuli maggiori. 

È facile capire che se i farmaci usati tendono a inibire la fame, alla sospensione del prodotto la fame torna preponderante, anzi amplificata.

Anche i prodotti che tendono a compensare carenze individuali a livello del sistema simpatico sono funzionali solo durante l’assunzione. Poi, se non si è riusciti a individuare le cause dello squilibrio, tutto torna come prima. 

Analogamente, i prodotti ormonali hanno un effetto inibitorio nei confronti della ghiandola endocrina che fisiologicamente è deputata alla loro produzione (ad esempio la tiroide); il risultato è che alla sospensione la secrezione risulterà ancor più ridotta. 

In un contesto di questo genere rientrano anche tutti gli stimolatori metabolici (termogenici) di origine farmacologica, praticamente tutti soggetti ad assuefazione; inoltre, una volta terminato l’uso, il metabolismo tende a ritornare alle origini.

Tutti i prodotti fino a questo punto usati, dai tiroidei agli androgeni, dalle anfetamine alle dextrofenfluoramine e derivati vari, dall’efedrina al clenbuterolo e ai composti serotoninergici nel medio e lungo periodo hanno presentato più di un problema. Certamente l’uso corretto di farmaci sotto attento controllo medico può essere utile, ma in nessun caso devono venire meno i concetti legati all’igiene e al comportamento alimentare, all’attività fisica e alla predisposizione mentale.

Discorso diverso, anche se non indipendente dall’alimentazione e l’attività, è l’uso di integratori naturali tendenti a riequilibrare e ottimizzare il funzionamento organico.


Dieta chetogenica in gravidanza? Si può fare (con attenzione)

Il rapporto tra dieta chetogenica e gravidanza desta preoccupazione in tante donne che hanno scelto questa alimentazione. Molti medici, infatti, sconsigliano di continuare con la ketodiet se si rimane incinta. Eccesso di proteine e rischi legati alla chetosi sono le ragioni principali di chi sostiene questa posizione. Tali suggerimenti, però, si basano su una scorretta interpretazione dello stile di vita chetogenico. Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Dieta chetogenica e gravidanza sembrano non andare molto d’accordo, almeno in Italia. Per rendersene conto, basta dedicare qualche minuto a una rapida ricerca su Google. Associando le parole ketodiet e gravidanza, infatti, il motore di ricerca restituisce una lunga lista di articoli in cui prevale una posizione netta: l’alimentazione chetogenica deve essere interrotta quando si rimane incinta. Andando a fondo, però, si scopre che le cose non sono affatto così chiare e queste posizioni estreme si basano spesso su errori e falsi miti. D’altra parte, sono sempre di più le testimonianze, in tutto il mondo, di “gravidanze chetogeniche” ben riuscite.

I falsi miti sulla ketodiet

“No alla chetogenica in gravidanza”. Ma perché?

Per capire meglio la questione, è bene partire indagando le ragioni di chi si oppone alla ketodiet, che possono essere genericamente riassunte in tre obiezioni:

  • durante la gravidanza non bisogna perdere peso (quindi, non si può stare a “dieta”);
  • la chetosi è pericolosa per il feto;
  • la chetogenica è un’alimentazione sbilanciata (troppe proteine e pochi carboidrati).

Chi ha un po’ di dimestichezza con l’approccio chetogenico forse ha già notato qualche stonatura in queste tre affermazioni. Vediamole singolarmente.

Durante la gravidanza non si deve perdere peso

E chi lo ha detto che seguire una dieta significa perdere peso? La ketodiet non è semplicemente un programma dimagrante ma uno stile di vita che viene scelto per migliorare la propria salute e il proprio benessere. Tra l’altro, garantisce il corretto apporto di tutti i nutrienti necessari e favorisce il controllo di numerose patologie (come il diabete).

La chetosi è pericolosa per il feto

Questo è senza dubbio l’argomento più delicato, perché tutto ciò che incide sul bambino ha giustamente un grande impatto sulla futura mamma. La chetosi è un processo centrale nella dieta chetogenica, perché rappresenta il meccanismo fisiologico che permette di bruciare le riserve di grasso. Ad innescarlo è proprio il basso livello di carboidrati. I chetoni, prodotti durante la chetosi, finiscono nel sangue e poi vengono eliminati attraverso le urine. 

Secondo i critici della ketodiet, tali chetoni, arrivando al feto, potrebbero danneggiarne lo sviluppo del sistema nervoso. È così? No. L’idea nasce dalla confusione tra chetosi nutrizionale (quella che si verifica con la chetogenica) e chetoacidosi, nelle forme della chetosi diabetica o di quella da fame. Queste ultime due sono effettivamente pericolose, soprattutto in gravidanza, ma non hanno nulla a che fare con la ketodiet.

Troppe proteine e pochi carboidrati

La terza critica che viene mossa alla ketodiet in gravidanza è legata a un presunto squilibrio di nutrienti: troppe proteine (dannose) e pochi carboidrati (necessari). 

Per quanto riguarda le proteine, ci troviamo di fronte a un’obiezione che non coglie nel segno, semplicemente perché la dieta chetogenica non è un regime iperproteico. Quindi, non si assumono molte proteine ma semmai molti grassi. 

Sul fronte dei carboidrati, invece, c’è molto da discutere sulla loro importanza. In realtà, tutte le diete low carb sono in grado di fornire i giusti nutrienti. D’altra parte, vi sembra carente un’alimentazione che vi invita a mangiare carne, pesce, formaggio, uova, insalata e verdura? Onestamente, è una posizione molto difficile da sostenere.

I benefici della ketodiet per una donna incinta

Liberato il campo dagli eventuali rischi, è bene analizzare i potenziali benefici che l’alimentazione chetogenica può dare durante la gravidanza. Anzi, i vantaggi iniziano ancora prima, perché il regime chetogenico è un ottimo alleato per la fertilità, sia maschile che femminile. Questo è possibile grazie al riequilibrio metabolico, da cui consegue anche una migliore produzione ormonale. In termini pratici, aumentano le possibilità di rimanere incinta e diminuisce il rischio di aborti spontanei.

Durante la gestazione, invece, i vantaggi sono numerosi:

  • minor pericolo di sviluppare preeclampsia (ipertensione) che può portare al distacco della placenta;
  • minor incidenza di diabete gestazionale;
  • nausea mattutina meno forte e meno frequente.

Alcuni consigli per seguire la chetogenica in gravidanza

Dire che la dieta chetogenica può essere mantenuta anche in gravidanza non significa, però, non riconoscere le peculiarità della gestazione nella vita di una donna. Qualche accortezza aggiuntiva, quindi, può essere utile.

In primo luogo, meglio iniziare la ketodiet prima di rimanere incinta. Due o tre mesi sono un tempo ideale per dare al proprio corpo la possibilità di abituarsi al nuovo regime e magari per buttare giù qualche chilo in anticipo. 

In secondo luogo, durante la gravidanza è bene evitare di associare alla dieta chetogenica anche periodi di digiuno intermittente. Anzi, è meglio abituarsi a pasti piccoli ma frequenti, anche ogni due ore. 

Infine, in questa fase può essere utile accompagnare l’alimentazione con specifici integratori, ovviamente sotto consiglio e controllo di uno specialista. 

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